mercoledì, 07 gennaio 2009

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone
uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate,
palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra
umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica
di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo
dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità
internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione
civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e
coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono
trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via
terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono
impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si
abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo
pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il
marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point
non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua
casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma
arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto
divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel
quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei
villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più
di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un
insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani
che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città
di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400
coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide
palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro
considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i
malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono
283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli
ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo
Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle
ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini
nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano
trenta minuti senza elettricità perché muoiano.
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche
quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma
almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi
sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un
morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di
estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo
sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro
centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti
politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete
tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele
abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le
frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla
Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il
dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per
tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai
governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione
delle colonie in Cisgiordania, finitela con l'occupazione militare, rispettate e applicate le
risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai
fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con
l'occupazione. Dio mio in che mondo terribile viviamo.
__._,_.___
postato da: barbara34 alle ore 08:38 | Permalink | commenti (11)
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domenica, 20 luglio 2008

Grazie a Berlusconi, Napoli liberata dalla spazzatura torna in Occidente. L'uomo aveva fatto un'operazione troppo efficiente, alla quale poi ha impresso il suo marchio di parlatore maldestro, infelice e gaffeur, scopertamente evoluzionista.

Qual'è il contraltare di Occidente nella berlusconiana testa? Oriente? Terzo Mondo? E in Occidente cosa accade invece? In Occidente invece accade che mica la spazzatura se la tengono in casa, le civilissime ed ecologiche regioni della Toscana, Lombardia, Trentino, Liguria, alcune delle quali vantano primati da agricoltura biologica. No, più e tossica più la spediscono alle discariche abusive in Campania, alimentando l'indotto camorristico, per parlare delle sole otto discariche sequestrate al clan dei casalesi, di 17 milioni di euro. E poi ci si chiede perché questa piaga endemica della camorra non la si riesca proprio a debellare.

I rifiuti di una nota ditta farmaceutica spacciati come idonei alla produzione di legumi, usati per irrigare i terreni. E i fanghi tossici dell'Enel. E le fatture false per fingere legalità.

In Occidente questa gente va a dormire sonni tranquilli, dopo avere compromesso la vita dei suoi simili, protetta dalla sua facciata pulita. Nel Terzo Mondo si produce cibo avvelenato che per le leggi della cieca nemesi chissà poi dove arriva.

Io non ho mai sofferto né di complessi da terrona né da terzomondista. Non ho personalità scisse, non me ne frega niente di mimetizzarmi, non mi sento socialmente marchiata da questo nuovo stereotipo della spazzatura che ha il solo scopo di colpevolizzare le vittime, sono sempre orgogliosa di essere napoletana per le lezioni di civiltà e umanità che ho storicamente e culturalmente ereditato, e se la gente mi chiede cosa penso di questa terribile faccenda gli consiglio di leggersi "Gomorra". E poi hanno pure la faccia tosta di chiedermi se sono informazioni credibili. Sembra di dire banalità, e invece queste verità non si ripeteranno mai abbastanza . 

postato da: barbara34 alle ore 09:05 | Permalink | commenti (24)
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lunedì, 30 giugno 2008

Vado al Town Hall, albergo dalle prestazioni lussuose ai limiti dell'inimmaginabile, situato in un palazzo dalle architetture nemmeno troppo appariscenti che affaccia sulla Galleria del Duomo di Milano, per intervistare Richard Ford, di cui è uscito il nuovo libro "Lo stato delle cose" per Feltrinelli. C'è ancora per la terza volta il personaggio Frank Bascombe, agente immobiliare esistenzialista che raccontando la superficie in modo fittissimo riesce ad arrivare al fondo delle cose, appunto.

Ma qui al Town Hall cosa c'è, la superficie o la sostanza? Ogni volta che vengo in questo posto scattano in me istinti anarcoidi. Quale cifra si paga, mi chiedo, per usufruire di questo ligio ascensorista straniero vestito da pinguino, che ti blocca l'entrata e poi devi avere un codice per far salire l'ascensore, che ti immette in un'androne asfittico e in un corridoio claustrofobico. Il lusso non sta tanto nelle architetture o nelle pur bellissime stanze, ma nell'avere un servo pinguinato a disposizione per 24 ore a lustrarti le scarpe, farti la valigia impilando i tuoi vestiti in delicata carta velina, comprarti un'aragosta alle 3 di notte. Le frontiere del lusso contemporaneo si concretano in un ritorno  rivisitato al dominio su altre persone, alle nuove forme capitaliste della servitù.

Tutti vestiti bene, come al solito, in queste occasioni, in un ambiente talmente pulito, asettico e raggelante, talmente superficie, da procurarti un attimo di levigata sospensione, farti pensare per qualche breve minuto che la morte non esiste, che tutto è facile e scorrevole, che nessuno lì fuori soffre, che non ci sono senzatetto costretti a riposare nei dormitori, vittime della tratta, rifugiati in cerca di asilo, traumi, dolori, fatiche immani di vivere, cose che da qui sembrano lontane anni luce.

Ci pensa Richard Ford a riportare un po' di vita in questa morte, parlando del confronto con la morte come qualcosa di naturale che l'Occidente rimuove. Delle colpe dell'Occidente nel portare ovunque la morte. Mostra con ironia e un impalpabile sorriso i suoi spessi calzini verdi poco in sintonia con la stagione torrida. Ha occhi azzurri e sottili, proprio gli occhi che deve avere uno che registra ogni minuto dettaglio di quel che si trova intorno a lui.

Tra le cose più belle che dice quest'uomo di grande intelligenza e capacità di compenetrazione della realtà è che l'obiettivo ultimo degli uomini è essere vicini ad altre persone, ed è difficile. E ancora che compito della letteratura è rinnovare la vita delle persone. Alcuni psicoanalisti consigliano i suoi libri in lettura ai loro pazienti.

Penso ad alcune vicende ad alto tasso di conflittualità che mi sono capitate in questi giorni, a dialoghi e incontri mancati, alla rabbia che fa venir voglia di distruggere tutto, di denigrare le persone, al timore dell'altro che innesca reazioni di aggressione e fuga, a come è facile respingere le persone, difendersi, reagire al rifiuto, alla paura della differenza o alla differenza tout court, rinserrandosi nelle proprie categorie, e mi chiedo, cosa può veramente liberarci dalla diffidenza, dalla paura del'Altro, dalle ferite che da questo ci lasciamo infliggere (perché sono le nostre vulnerabilità a operare) o gli infliggiamo? A volte essere vicini agli altri diviene un'occasione mancata, un solco, che più lo scaviamo e più aumenta le distanze. Perdiamo le inimmaginabili libertà dello sconfinare, ci rinserriamo nella sicurezza del già noto, e forse questa non è anche una forma di morte, nella sua possibilità di rinnovamento mancata? E poi chissà, se si tratta di occasioni perdute o ne impariamo qualcosa.

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giovedì, 22 maggio 2008
Non avrei mai pensato di mettermi a parlare di politica in questo blog perché ho sempre pensato all'attività intellettuale come forma da me prediletta di azione politica, ma sono veramente avvilita. Mi rendo conto che passerò i prossimi cinque anni in uno Stato xenofobo con politiche da Front National, che però al governo non ce lo fanno andare. Voglio cercare di dimenticarmi che vivo in Italia, me ne vergogno profondamente, e se questo significa essere italiani, roghi di campi Rom annessi, me ne chiamo fuori. Questo articolo è tratto dal "Mattino" di Napoli di oggi.

Sicurezza, pugno di ferro sugli immigrati

Alla fine la spunta il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Sarà linea dura contro gli immigrati, extracomunitari e comunitari, condannati a più di due anni di reclusione. Per i primi scatterà l’espulsione, per gli altri, invece, l’ordine di allontanamento. Il ministro leghista la vince su tutti i fronti, inasprisce le pene per gli ubriachi e i tossicodipendenti al volante, toglie al giudice di pace la competenza per le lesioni colpose, stabilisce la confisca, l’arresto e una multa fino a 50 mila euro per chi affitta le case agli immigrati clandestini, non consente la regolarizzazione delle badanti («sarebbe una misura - ha spiegato - in netto contrasto con il pacchetto»), trasforma (nel ddl) i Cpt da centri di permanenza temporanea a centri di identificazione ed espulsione dove gli immigrati potranno rimanere fino a 18 mesi. Vince sull’adesione al trattato di Prum che prevede l’istituzione della banca dati del Dna (in realtà era stata proposta anche dal precedente esecutivo), impone un giro di vite sui matrimoni di comodo (la straniera o lo straniero che sposano un italiano non otterranno la cittadinanza in automatico come accade ora), e ottiene il via libera al rispetto della direttiva Ue sui comunitari (in sostanza solo chi ha un reddito lecito e dimostrabile potrà stare in Italia per più di tre mesi, fatta eccezione per gli studenti). E vince, anche sull’introduzione del reato di immigrazione clandestina (ddl) punito con la reclusione da uno a quattro anni, ma che dovrà essere ulteriormente definito. Via libera (solo oggi sarà ufficiale) alla nomina dei prefetti come commissari straordinari per affrontare l’emergenza rom in Campania, Lombardia e Lazio. Il ministro fa un vero e proprio en plein, spiazza tutti, pone veti, litiga animatamente con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Due i motivi principali di contrasto. Il primo riguarda i pattuglioni. La Russa al posto dei poliziotti di quartiere puntava ad istituire unità miste forze dell’ordine-esercito per il controllo del territorio, da mettere in campo dalle 18 alle 2 di notte, ma alla fine non l’ha spuntata. A trarre beneficio dalla sua proposta tuttavia sono i due comparti, quello delle forze dell’ordine e quello dei militari: in breve tempo verranno infatti assunti (i ministri dell’Economia e della Funzione pubblica hanno dato il via libera) poco meno di 4mila persone (tutti vincitori di concorso) destinate a rimpolpare l’organico carente.
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mercoledì, 16 aprile 2008

Pubblicazione a sorpresa. Nel novembre del 2005 avevo svolto a Brescia un seminario all'interno di un ciclo dal titolo "La violenza e i legami d'amore", in cui avevo deciso di lanciare una provocazione. Mostrare cioè come in forme apparentemente estreme, una violenza ai nostri occhi feroce, e una dimostrazione di amore devoto, vi possa essere contenuto il loro opposto. Prendevo ad esempio le mutilazioni genitali femminili e l'agape delle donne, la devozione femminile alla famiglia che per l'antroplogo David Miller costituisce una delle pratiche più sottili e striscianti di prosecuzione della dominazione di genere.

Nell'estate 2006, dopo numerose pressioni e sicuramente bisognosa di riposo e serenità, cedevo alla richiesta di trasporre in testo organico il contenuto del seminario, per un sito. Ho rinunciato a un giro in Tunisia, colta da sensi di ansia non troppo sani, facendo molto offendere una mia amica e rinunciando ad una necessaria e salvifica distrazione. Questo testo l'ho scritto portandomi numerosi libri di consultazione in Tunisia, nella camera di Rodney, finestra chiusa per impedire all'odore penetrante dell'oleificio di saturare l'ambiente, luce, aria condizionata, Enzo Moscato e David Sylvian, salvifiche passeggiate a Cartagine a prendere il sole, mangiare harissa e triglie, e quell'aria magnifica e pura, e il bianco immacolato delle mediterranee ville. Ogni tanto riuscivo anche a dormire senza gli ansiolitici, da cui in quel periodo ero completamente dipendente. Dopo un po', al mio ritorno in Italia, nemmeno quelli sarebbero stati più sufficienti.

Ora, dopo lungo tempo trascorso senza ricevere notizie e la convinzione di aver buttato del tempo, mi arriva un pacco da Brescia, con il libro "La violenza nei legami d'amore. Le relazioni vitali e conflittuali tra uomo e donna, adulto e bambino, cittadino e straniero", Gabrielli edizioni.

Mi leggerò i testi degli altri autori, tra cui Lea Melandri e Khaled Fouad Allam.

Scorro con un senso d'incredulità quel testo che mentre lo scriviamo appare un groviglio di fili elettrici sconnessi e ingarbugliati, una serie di mattoncini tra i quali scorgiamo chiaramente suture e sovrapposizioni. Lo vedo, e mi sembra compiuto, rotondo, liscio, presuntuoso in questa sua apparenza, e soprattutto lieve, senza le tracce della fatica che è costato. Provo un senso di stupore e meraviglia nel vedere, come mi succede ogni volta quando guardo un testo dopo un tempo sufficiente dalla scrittura, come un oggetto dotato di vita e natura indipendente, come se l'avesse scritto un'altra.

E' valso, quel testo, la sua fatica, il sacrificio, l'incrinatura profonda di un'amicizia? Ha detto, dirà qualcosa di interessante a qualcosa o a qualcuno? Non trovo risposte, se non forse che sento profondamente di rispondere al richiamo di produrre conoscenza, pensando che, se ci posso mettere qualcosa di mio, questo faccia parte di un'etica della responsabilità, che indolore non è, e comporta sempre fatica. E mi dico che se la consideriamo, noi che facciamo queste cose, una forma di dono, allora la fatica è un concepibile prezzo da pagare. Anche se a volte forse bisognerebbe concedersi un po' di tregua.

L'articolo si chiudeva così."E' possibile, e se lo è, come fare per districare l'amore dalla violenza"?

E boh, non mi ricordo come sono messa con i diritti d'autore, ma se qualcuno fosse interessato a leggerlo, glielo mando sperando di non trovarmi la finanza che mi bussa a casa.

postato da: barbara34 alle ore 21:36 | Permalink | commenti (36)
categoria:introspezioni, annunci, pubblicazioni, gender, violenza
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