giovedì, 05 giugno 2008

La mozzarella di bufala di Aversa per me rappresenta la casa, tutto il lato paterno della mia famiglia, un oggetto affettivo e identitario di peso enorme, l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza, la patria accogliente e avvolgente, costellazioni di memoria puntiforme contrassegnata da un sapore intenso, amarognolo e pieno, pervasivo dei sensi e dei sentimenti. Ho sempre mangiato con reverenza e adorazione, quella mozzarella, un concentrato da cui si spremeva uno dei succhi più sublimi al mondo. Ora non posso pensarci senza associarla alla diossina che ne pervade le fibre. Le bufale dell'agro aversano sono nutrite dai rifiuti che vengono dal Nord, da questa gente pulita, onesta, lavoratrice ed efficiente, che fa la raccolta differenziata, ed efficientemente smaltisce al Sud i suoi veleni, tuonando poi contro l'arretratezza di queste selvagge genti meridionali, contro la loro mentalità da clan, queste persone che si permettono ancora di avere un senso del legame familiare, di contrapporre l'espressività di fronte all'analfabetizzazione dei sentimenti, e quindi cosa importa se muoiono avvelenate. Il loro nitore e lindore, la loro efficienza trasudano morte, puzzano di cadavere e di marcio, rivelano la loro bestialità e decomposizione intrinseca allo stesso modo delle facce di Francis Bacon. La facciata pulita non è che un velo dietro il quale si nasconde spazzatura umana, paesaggi desolati di deserto morale. Che nessuno, nessuno si permetta di puntare il dito contro di noi. Che nessuno si permetta di accollarci il ruolo di ricettacolo dei veleni italiani, di selvaggi, di arretrati.  Sono solo assassini che addossano alla vittima il peso del delitto, ed è questa catena di menzogne che bisogna spezzare, perché gli occhi delle persone vedano i mucchi di spazzatura anche nei luoghi puliti e ben curati, vedano che i rifiuti in realtà sono ovunque e non solo nel luogo fisico in cui vengono stoccati.  Guardo con orrore a queste facciate perbeniste, a questi corpi azzimati e ipercontrollati, e spero che ora la gente, quando pensa a loro, al di là dell'asettica efficienza e dell'opacità delle facciate malamente puntellate , intraveda gli stessi ghigni cadaverici e da macelleria che si intravedono sulle facce di Bacon, il volto della realtà,

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mercoledì, 21 maggio 2008

Ho scoperto per caso nei miei giri serendipici il sito degli "Amici di Magdi Cristiano Allam". Assolutamente da visitare. Io come i membri  dell'equipaggio di Star Trek qui decido di non prendere posizione riservandomi di leggere attentamente, ma il lettore avveduto potrà fare una sua analisi del tutto autonoma e indipendente del locus amenus. Se poi ci andate e volete commentare qui i pareri sono graditi. Una sola cosa dico, che mi preoccupa. Questo attacco sempre più ricorrente al "relativismo culturale", espressione presa a prestito dall'antropologia, ma che in un certo tipo di discorsi diviene un'espressione del tutto ambigua, certo priva della complessità delle riflessioni che su di essa si sono svolte. Relativismo culturale, è, anche, il tentativo di comprensione degli altrui sistemi culturali, valoriali e simbolici. Comprensione zero quindi?

postato da: barbara34 alle ore 14:58 | Permalink | commenti (20)
categoria:appunti, interbloggando, campanelli dallarme, serendipities
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