mercoledì, 30 luglio 2008

Che è un po' pedissequo e pedante e classico e borghese e di massa, lo so. Ma è quello di cui mi è venuto voglia di parlare come forma di congedo estivo, tirando fuori i libri già infilati nella tasca a rete zippata su tre lati del mio fido zainovaligia. Perché poi è l'unico momento in cui posso leggere (quasi) spensieratamente. Che poi si tratta di un wishful thinking, perché mica lo so se riesco a leggermi tutta 'sta roba. E comunque. Sono. In ordine rigorosamente alfabetico: L'étranger, di Albert Camus (Seuil);  Lo stato delle cose di Richard Ford (Feltrinelli); Psicologia e metapsicologia di Sigmund Freud (che ha fatto a cazzotti con I luoghi della cultura di Homi Bhabha, troppo voluminoso per la valigia, lo leggerò al ritorno); Occhi gettati e altri racconti, di Enzo Moscato (Ubulibri) (che ho preferito a Emilio Villa, attissimo alla Padania, perché secondo me Moscato va letto a Napoli e nel caldo cocente e nell'aria tesa e nel vento di mare).  Quasi tutti dei libri non nuovi, come piace a me.

Vado a rimirare il Golfo, a mangiarmi le brioches della Briocherie sul Corso Vittorio Emanuele, con il vento che lambisce la curva della strada nell'azzurro puro, un vero  lusso dell'anima, a scendere e salire scalette verso il centro città e il mare,  sorbirmi cose fresche a Chiaia, possibilmente al bar Riviera, a prendere funicolari (un'esperienza mistica), a mangiare (una modica quantità di) pizze e mozzarelle di bufala, a godermi la Costiera sorrentina, a rivedere le spiagge della mia infanzia a Ischia, a incontrare i vecchi amici dell'Università, che mi stupisce sempre di quanto stiamo diventando grandi (ma non troppo) e di come procedono le nostre storie. A volte non c'è posto migliore di casa propria per andare in vacanza.

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categoria:libri, letteratura, luoghi, annunci, riti, ritorni, partenze, acquisizioni libresche
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lunedì, 24 marzo 2008

Niente tavola imbandita da pastiera, casatiello, capocollo, pasta al forno possibilmente in crosta di pastasfoglia, uova sode e di cioccolata. Ho dormito tutto il sabato, troppo stracca persino per andare a comprare il grano per la pastiera (dei cedri canditi non se ne parla perché le accorte oriunde campane qui cominciano ad accaparrarseli da un mese prima).

E cosi è andata la giornata:

ore 11: colazione a base di pancakes e molto sciroppo d'acero, praticamente uno sproposito.

Seguito da rasserenante ascolto di Marin Marais e Languir me fault

ore 13: essendo lo scenario metereologico tristissimo mi sono rigenerata ballando sulle note di classici dance arabi come "A muey a muey" degli 'Aisha Kandisha, "Clotair K" dei Beytouth ecoeurée, un classicone come "Sidi Mansour" remixato e accompagnato da grandi salti (che poi ti danno la soddisfazione di constatare che la palestra a qualcosa serve), ma anche classici classici come lo yemenita "Ana atarajjak ya habibi" (Ti scongiuro amore mio), o "Tadhakkarni, wa law marra" (Ricordami anche una volta sola), "Rahalti" (Te ne sei andata), etc. etc. per un'ora circa.

Poi mi sono messa a bloggare e fare auguri di Pasqua ibrida a tutti i miei contatti di blog che trascuravo da un po' di tempo a causa di invasivi impegni di lavoro. Sì, bloggare, come mi mancava.

Alle 16 circa abbiamo deciso di sbocconcellare delle patate al vapore con salmone affumicato e panna acida.

Alle 18 circa siamo andati al Teatro dal Verme per il festeggiamento del capodanno iraniano, il Newroz, invitati da N., trasformata per l'occasione in perfetta iraniana in tutta la sua hexis corporea, con sciarpa foulard, giacca ampia e lunga e pantaloni classici. Un paio di filmati turistico-celebrativi sulla bellezza dell'Iran e sulla grandezza della sua eredità culturale (personaggi come Ibn Sina o Omar Khayyam), seguiti da una fetiha del Corano salmodiata, immediatamente tallonata da un martellante ritmo dance. Poi si sono succeduti famosi personagi nazionalpopolari, tre clown che hanno organizzato un interminabile zecchinodoro iraniano culminato in una celebrazione  dell'Iran, una band di musica pop. La mia mente ha cominciato a percorrere altri lidi mentre pensavo che, alla faccia delle differenze culturali, per certi versi la postmodernità e una globalizzazione che ha origini non recenti ci rende molto più simili nella massificazione culturale di quanto non crediamo.

Alle 22.30 circa siamo finalmente arrivati alla cena, semplice e raffinata, vari tipi di ottimo riso basmati pilaf conditi con zafferano, fave, carne o altre spezie di cui ricordo solo il nome di una, lo shivid, salmone e della pasta al forno che mi sono ben guardata dal toccare.

E' il caso che cominci a pormi dei seri interrogativi sulla mia identità? Cosa succede quando ci si disancora da forme di ritualità che scandiscono il tempo della nostra vita?

 

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domenica, 20 gennaio 2008
L'erranza

"Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
lo lancio alla follia
ho occhi d'erba e fiamme
ho occhi, stendardi e immigranti"

Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
nato al termine di un cammino grido:
(gridano con me la polvere e il cammino)

"Dio, bello è l'errare dove il volto mi conduce:
in un'erranza fiammeggiante debordo
O tomba, la mia fine è della primavera al bordo"

076
Questa poesia del siriano Adonis, che ha vinto il premio lettura al Grinzane Cavour e la cui intervista trovate qui, è tratta dai giovanili "Canti di Mihyar il damasceno", che ho nell'antologia Nella pietra e nel vento di Mesogea, magnificamente tradotta da Fawzi al-Delmi, e con testo originale in arabo. Nella pregevole introduzione Francesca Corrao delinea la biografia del poeta, ripercorrendo i passi di un movimento modernista che negli anni Sessanta e Settanta decide di rompere con i canoni tradizionali (ma il movimento aveva avuto avvio già negli anni Venti). Adonis fa confluire  la sua formazione mistico-religiosa (la sua tesi di dottorato è sul mistico al-Hallaj) con l'influenza delle mitologie mediterranee, assumendo il nome di un dio fenicio, e di poeti occidentali come Rimbaud, Yeats, Eliot, per la loro capacità di descrivere l'invisibile. 
L'intervista però non mi è particolarmente piaciuta, Adonis per i miei gusti ha profferito svariate banalità. Se è bello quel suo credere nel profondo valore rinnovatore individuale e sociale della poesia, trovo allora banale l'attribuirne la diffusione a pochi lettori eletti, il voler dire che i lettori europei sono meglio degli arabi, quando la poesia appresa a memoria fa spesso parte di un patrimonio culturale ampiamente distribuito, avendo visto con i miei occhi persone che declamavano versi di Abu Nawas o altri. Anche l'attribuzione dell'integralismo alle radici monoteistiche delle religioni l'ho trovato qualunquista (in un'occasione in cui poi si era parlato di conflitti tra indù e musulmani) , così come il suo dichiararsi areligioso appiattisce le sue letture, più in linea con il suo profondo retaggio islamico (non solo in senso religioso ma culturale), di un Corano come testo aperto e adatto a essere interpretato in accordo con i tempi, contenute in saggi come "Oceano nero" e "La musica della balena azzurra" editi da Guanda. (foto cortesemente scattata da melpunk che in quell'occasione interpretava la parte di un giornalista)

il décor del Cambio
Sono rimasta un po' delusa, ma molto di più dalla bouffe che il primo giorno era da depressione. Pasta fresca che avrebbe potuto avere un sapore se non fosse stata annegata in un tristissimo contorno di piselli e carote di sapore scatolettiano, seguite da un persico piangente proveniente diritto diritto da un banco del ghiaccio di supermercato, su un letto di carciofini lessi abattuti. La cena in un hotel era in tono. Tristissime tartine anniottantesche (uova di pesce, salame e banalità simili) seguite da uno scottissimo e brodoso risotto, e una banalissima pannacotta di cui si salvava solo il coulis di frutti di bosco. Il pranzo del Ristorante del Cambio è stato culturalmente molto imbarazzante. Ma come si fa, dico, a concepire un menu con un antipasto di vitello tonnato (rimpiango peraltro il classico cardo all'acciughetta) e un secondo di stinco di vitellone per degli ospiti INDIANI la cui maggioranza musulmani esclusi non mangia mucca? La qualità era peraltro eccellente (la carne si scioglieva sul palato), così come sublime il risotto mantecato al barolo, perfette persino le carote e le patatine novelle, un tripudio il dessert di creme brulée allo zafferano, accompagnato da triangolini di semifreddo all'arancia e guarnito da una diafana fettina di agrume candito. Perfette persino le mandole e nocciole tostate dell'aperitivo. La sera non so cosa riservasse il Ristorante Letterario. Disfatta dalla stanchezza ho optato per la libertà, abbiamo sfidato il muro delle prenotazioni del Quadrilatero e serendipicamente ci siamo imbattuti in un ristorantino "micamale" (si chiama proprio così) dove ci siamo serviti di bagnacauda, gnocchetti di ricotta alle capesante, bigoli al ragù di anatra al profumo di arancia. Sazi, abbiamo rinunciato a squisitezze dolciarie come spuma di riso alla cannella e fonduta al cioccolato. Ora mi aspetta il classico souvenir grinzanesco di mezzo chilo di cioccolata.
il vitello tonnato del cambio086
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categoria:poesia, torino, riti, bouffe
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giovedì, 17 gennaio 2008

Post frettoloso per annunciare una trasferta a Torino dove mi aspettano due giorni di imbandigioni letterario-gastronomiche in occasione del Grinzane Cavour, che quest'anno è dedicato alla letteratura indiana. Un paio di libruzzi di autori come Nirpan Dhaliwal (Guanda) e Lavanya Sankaran (Marcos y Marcos), consigliatissimi, li ho già leggiucchiati. Poi ci sarà il poeta siriano Adonis che riceverà il premio lettura. Di più non posso dire perché il tempo è tiranno, se non che in realtà vado perché non posso perdere l'appuntamento con il pranzone organizzato al ristorante del Cambio, affianco al Teatro Regio, uno dei migliori di Torino se non "il". A presto!

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categoria:letteratura, eventi, annunci, incontri, riti
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mercoledì, 02 gennaio 2008

Records de Nàpols

Cosa resta di Napoli, ora che risiedo di nuovo al centro di un'ovattata giornata padana foriera di neve, avvolta e protetta da silenziosi e rassicuranti spazi domestici che dicono di me?

Resta la visione abbagliante di un Golfo talmente incombente nel suo azzurro da penetrare il corpo e i sensi. E riti, riti che costantemente necessitano di riperimetrare un luogo e rifarlo mio, di ricostituirmi come persona al crocevia tra vecchie e nuove connessioni.

E le passeggiate per il Corso Vittorio Emanuele infinitamente ripercorso nei suoi snodi, e dalle discese e scale ripide e sinuose che non finirò mai di apprendere. Il passaggio dal presepe animato di via Tribunali con i suoi pescivendoli e verdumai e le zingare che entrano a comprare la carne, tra banchi di baccalà, capitoni che guizzano ancora ignari, tini ricolmi di olive e papaccelle, infiniti banchi di dolciumi e cibarie. Babà, mustacciuoli, roccocò, piccole guantiere di struffoli, e ripieni fritti, panini napoletani, arancini, piccole pizze da asporto, di quelle che mangi con la carta scura, piegata in due o in quattro, in equilibrismo per non far colare mozzarella e pomodoro, sentendoti libero perché quando a Milano tra una corsa e l'altra ti mangi una pizza per strada o in metro gli sguardi ti fanno sentire che non sei del tutto al tuo posto. E ancora le discese a Castel dell'Ovo, sotto l'ala dell'imponente mole, tra i bianchi massi del litorale, le salite in funicolare al Vomero, le esplorazioni ad Antignano tra ceramiche di Vietri e porcellane all'ingrosso per rifornirne i paesaggi domestici, e la signora del banco che si ricorda di te che sei di Milano, e nel mentre parla con un femminiello dalle sopracciglia accuratamente depilate, magro, molto asciutto, pochi capelli e un po' scavato, sulla cinquantina.

Troballa

E i riti dell'incontro, vecchi e nuovi. Con gli amici di vent'anni al Gambrinus, il caffé più antico di Napoli, Piazza Plebiscito alle spalle. Il sushi, passione condivisa con Meriggio e Roquentin al Kukai, il ristorante giapponese, insieme ad un vecchio amico che lavora da Avagliano. E poi l'incontro domenicale con Aitan, Dido, Zaritmac, Hanging Rock, Flounder, Wosiris in ritiro temporaneo a Procida da Milano. Alcuni li avevo già incontrati, altri no, ma che importa? Ci si saluta da vecchi amici, perché già ci conosciamo, ed entrano in scena quelle dinamiche da socialità napoletana comode come un vecchio abito tanto amato. Si va a prendere un té a Piazza Bellini, e chi si rifà lo smalto che non era venuto bene, chi parla di vestiti, e poi si chiacchiera del più e del meno, secondo quel che viene in mente, informandosi delle reciproche cose e di come va oggi e andrà domani. Poi si va a vedere una noiosissima mostra su Alma-Tadema al Museo Archeologico, peraltro poco presente, e infine dopo code interminabili e richerche di un posto si approda ad un desco dove si mangia e si continua a parlare e scherzare del più e del meno. Mi è piaciuto quel ritrovarsi senza troppo bisogno di dirsi, quel parlare di cose spicciole e condividere soprattutto il tempo che è proprio di persone che si conoscono, e per le quali la modalità della conoscenza in rete non cambia molto nello stato dei rapporti. Mi sono sentita allo stesso tempo a casa e un po' straniata, mentre la mia parte ormai nordica osservava tutto da un angolo un po' esterno e l'altra si accomodava perfettamente a suo agio nella situazione. Ora tocca alla napoletana straniarsi. Così è, e così sempre sarà. Lo spaesamento e la dislocazione hanno un inizio, non una fine.

( immagini: Records de Nàpols, Troballa (incontro), Joanpere Massana, dal "Libro dell'acqua")

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categoria:memorie, incontri, riti, metabloggando, connessioni, sensiblog
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