lunedì, 28 gennaio 2008

guido catalanoDomenica sono andata a sentire e anche a vedere un poeta di nome Guido Catalano, che alcuni improbabili individui, nella fattispecie il melpunk e il Barone Adriano mi assicuravano essere bravo, tanto da dedicargli due commossi tributi, qui e qui. Nonostante l'alto tasso di inaffidabilità dei due soggetti sono andata a seguire il Catalano, che effettivamente si è rivelato poeta surreale di un certo (?) valore, e molto mi son piaciute le sue poesie stranianti popolate di esseri immaginari, situazioni improbabili e atmosfere dissacranti.

Arriviamo lì e mio marito saluta il poeta senza presentarmelo. E io gli dico, ma sei proprio un burino, ti pare il modo di trattare tua moglie. E così per farsi perdonare lui mi regala Motosega, l'ultimo lavoro del torinese poeta, che poi non capisco perché trovi tanto interessante Milano, e così vi trascrivo qui una delle poesie che ho ascoltato, no.

niente, ero lì che passeggiavo in salotto

e mi son detto, mah, mi faccio una doccia?

mi son chiesto

sì, che son sporco

mi son risposto

 

allora mi son tolto i vestiti

e li ho buttati nel cesto dei vestiti sporchi

e sono andato in bagno

e ho tirato la tenda

e ho acceso l’acqua

e niente

mi son girato

e c’era un nano col sapone in mano

dentro la doccia

 

gli faccio, scusi cosa ci fa nella mia doccia?

lui mi fa, la doccia

sì, ma come si chiama lei?, gli chiedo

aldo, mi fa

ma è normale che lei sia qui nella mia doccia?

sì sì, è normale, fa

 

vabbé, mi son fatto la doccia col nano

gli ho pure asciugato i capelli col fon

gli ho dato l’accappatoio rosso

che gli stava lungo

 

siamo andati in salotto

e lui mi fa, cosa c’è di merenda?

mah, dico io, pane e marmellata?

va bene

gli ho fatto pane e marmellata

 

ci siamo guardati i cartoni alla tele

abbiamo giocato un po’ ai playmobil

poi alle sei e mezza

mi fa, devo andare

ciao allora

ciao

ci vediamo ancora?

no

Che poi, il Catalano sfoggia con quel barbone una gravità quasi cacciaresca che fa a cazzotti con le sue poesie, ma le foto senza rivelano un volto da folletto dispettoso. Perché si è fatto crescere la barba? Se lo incontro ancora glielo chiedo, mi sembra una questione di una certa (?) importanza.

 

postato da: barbara34 alle ore 16:02 | Permalink | commenti (42)
categoria:poesia, incontri, acquisizioni libresche
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domenica, 20 gennaio 2008
L'erranza

"Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
lo lancio alla follia
ho occhi d'erba e fiamme
ho occhi, stendardi e immigranti"

Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
nato al termine di un cammino grido:
(gridano con me la polvere e il cammino)

"Dio, bello è l'errare dove il volto mi conduce:
in un'erranza fiammeggiante debordo
O tomba, la mia fine è della primavera al bordo"

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Questa poesia del siriano Adonis, che ha vinto il premio lettura al Grinzane Cavour e la cui intervista trovate qui, è tratta dai giovanili "Canti di Mihyar il damasceno", che ho nell'antologia Nella pietra e nel vento di Mesogea, magnificamente tradotta da Fawzi al-Delmi, e con testo originale in arabo. Nella pregevole introduzione Francesca Corrao delinea la biografia del poeta, ripercorrendo i passi di un movimento modernista che negli anni Sessanta e Settanta decide di rompere con i canoni tradizionali (ma il movimento aveva avuto avvio già negli anni Venti). Adonis fa confluire  la sua formazione mistico-religiosa (la sua tesi di dottorato è sul mistico al-Hallaj) con l'influenza delle mitologie mediterranee, assumendo il nome di un dio fenicio, e di poeti occidentali come Rimbaud, Yeats, Eliot, per la loro capacità di descrivere l'invisibile. 
L'intervista però non mi è particolarmente piaciuta, Adonis per i miei gusti ha profferito svariate banalità. Se è bello quel suo credere nel profondo valore rinnovatore individuale e sociale della poesia, trovo allora banale l'attribuirne la diffusione a pochi lettori eletti, il voler dire che i lettori europei sono meglio degli arabi, quando la poesia appresa a memoria fa spesso parte di un patrimonio culturale ampiamente distribuito, avendo visto con i miei occhi persone che declamavano versi di Abu Nawas o altri. Anche l'attribuzione dell'integralismo alle radici monoteistiche delle religioni l'ho trovato qualunquista (in un'occasione in cui poi si era parlato di conflitti tra indù e musulmani) , così come il suo dichiararsi areligioso appiattisce le sue letture, più in linea con il suo profondo retaggio islamico (non solo in senso religioso ma culturale), di un Corano come testo aperto e adatto a essere interpretato in accordo con i tempi, contenute in saggi come "Oceano nero" e "La musica della balena azzurra" editi da Guanda. (foto cortesemente scattata da melpunk che in quell'occasione interpretava la parte di un giornalista)

il décor del Cambio
Sono rimasta un po' delusa, ma molto di più dalla bouffe che il primo giorno era da depressione. Pasta fresca che avrebbe potuto avere un sapore se non fosse stata annegata in un tristissimo contorno di piselli e carote di sapore scatolettiano, seguite da un persico piangente proveniente diritto diritto da un banco del ghiaccio di supermercato, su un letto di carciofini lessi abattuti. La cena in un hotel era in tono. Tristissime tartine anniottantesche (uova di pesce, salame e banalità simili) seguite da uno scottissimo e brodoso risotto, e una banalissima pannacotta di cui si salvava solo il coulis di frutti di bosco. Il pranzo del Ristorante del Cambio è stato culturalmente molto imbarazzante. Ma come si fa, dico, a concepire un menu con un antipasto di vitello tonnato (rimpiango peraltro il classico cardo all'acciughetta) e un secondo di stinco di vitellone per degli ospiti INDIANI la cui maggioranza musulmani esclusi non mangia mucca? La qualità era peraltro eccellente (la carne si scioglieva sul palato), così come sublime il risotto mantecato al barolo, perfette persino le carote e le patatine novelle, un tripudio il dessert di creme brulée allo zafferano, accompagnato da triangolini di semifreddo all'arancia e guarnito da una diafana fettina di agrume candito. Perfette persino le mandole e nocciole tostate dell'aperitivo. La sera non so cosa riservasse il Ristorante Letterario. Disfatta dalla stanchezza ho optato per la libertà, abbiamo sfidato il muro delle prenotazioni del Quadrilatero e serendipicamente ci siamo imbattuti in un ristorantino "micamale" (si chiama proprio così) dove ci siamo serviti di bagnacauda, gnocchetti di ricotta alle capesante, bigoli al ragù di anatra al profumo di arancia. Sazi, abbiamo rinunciato a squisitezze dolciarie come spuma di riso alla cannella e fonduta al cioccolato. Ora mi aspetta il classico souvenir grinzanesco di mezzo chilo di cioccolata.
il vitello tonnato del cambio086
postato da: barbara34 alle ore 19:00 | Permalink | commenti (25)
categoria:poesia, torino, riti, bouffe
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