Non mi piace scrivere in modo condizionato in occasione delle ricorrenze. Oggi è il Giorno della memoria e a me viene forte la tentazione di ricordare sì la Shoah, ma anche per rendere più evidente la criminale occupazione e il genocidio strisciante che gli israeliani commettono in Palestina.
Eppure c'è un libro che è uscito da poco e di cui vale la pena parlare, per ciò che si è recuperato alla memoria e ancor più per ciò che è vi sfuggito. Si tratta del Diario di Rutka Laskier, una ragazzina ebrea quattordicenne internata nel ghetto di Bedzin, e poi deportata e subbito uccisa ad Aushwitz con la madre e il fratello. pubblicato in questi giorni da Bompiani.
Il suo valore intrinseco va al di là di quello documentario. Una ragazzina, nonostante sia consapevole delle deportazioni e uccisioni degli ebrei, continua a leggere, vivere, pensare, andare alla scoperta dei sentimenti e dei primi accenni di sessualità, con sorprendente sottigliezza e profondità di percezioni e sentimenti. Poi racconta di un soldato tedesco che, durante una selezione di ebrei che dovranno lavorare, sbatte così, per capriccio, la testa di un neonato contro un lampione, il cervello che schizza fuori, la madre colta da un attacco, e lei Rutka, che assiste senza battere ciglio alla scena, accettandola in modo sorprendente come parte di una realtà che però registra.
Il diario fu nascosto, recuperato da un'amica polacca più grande di Rutka alla quale era stato comunicato il nascondiglio, e tenuto da parte per anni, fino a quando questa, oramai ottantenne, lo mostra al nipote adolescente, il quale ne comprende il valore documentario. Si arriva così alla fortuita pubblicazione del diario. Se questa donna non fosse stata così longeva, probabilmente non ne avremmo mai sapouto l'esistenza, e chissà quali scritti possono essere stati inghiottiti in questo modo dall'oblio.
Il padre di Rutka, dopo aver perso tutti i membri della sua famiglia, tra cui numerosi fratelli e sorelle, si rifece una vita in Israele, e non parlò del suo passato alla figlia Zahava fino ai suoi quattordici anni. A lei sono stati risparmiati gli orrori del racconto, ed è cresciuta così serena, protetta dall'ombra di uno spesso silenzio. Penso alla forza di quest'uomo, al coraggio di sostenere tutti i lutti e l'orrore a cui ha assistito, di risparmiarli agli altri, riuscendo a concludere serenamente, nonostante tutto, la sua esistenza. E mi resterà la curiosità insoddisfatta di sapere quali siano stati i pensieri e i sentimenti di ques'uomo.







anch'io adotto il caviotto!