sabato, 18 ottobre 2008

E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.

Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.

Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.

Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.

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lunedì, 30 giugno 2008

Vado al Town Hall, albergo dalle prestazioni lussuose ai limiti dell'inimmaginabile, situato in un palazzo dalle architetture nemmeno troppo appariscenti che affaccia sulla Galleria del Duomo di Milano, per intervistare Richard Ford, di cui è uscito il nuovo libro "Lo stato delle cose" per Feltrinelli. C'è ancora per la terza volta il personaggio Frank Bascombe, agente immobiliare esistenzialista che raccontando la superficie in modo fittissimo riesce ad arrivare al fondo delle cose, appunto.

Ma qui al Town Hall cosa c'è, la superficie o la sostanza? Ogni volta che vengo in questo posto scattano in me istinti anarcoidi. Quale cifra si paga, mi chiedo, per usufruire di questo ligio ascensorista straniero vestito da pinguino, che ti blocca l'entrata e poi devi avere un codice per far salire l'ascensore, che ti immette in un'androne asfittico e in un corridoio claustrofobico. Il lusso non sta tanto nelle architetture o nelle pur bellissime stanze, ma nell'avere un servo pinguinato a disposizione per 24 ore a lustrarti le scarpe, farti la valigia impilando i tuoi vestiti in delicata carta velina, comprarti un'aragosta alle 3 di notte. Le frontiere del lusso contemporaneo si concretano in un ritorno  rivisitato al dominio su altre persone, alle nuove forme capitaliste della servitù.

Tutti vestiti bene, come al solito, in queste occasioni, in un ambiente talmente pulito, asettico e raggelante, talmente superficie, da procurarti un attimo di levigata sospensione, farti pensare per qualche breve minuto che la morte non esiste, che tutto è facile e scorrevole, che nessuno lì fuori soffre, che non ci sono senzatetto costretti a riposare nei dormitori, vittime della tratta, rifugiati in cerca di asilo, traumi, dolori, fatiche immani di vivere, cose che da qui sembrano lontane anni luce.

Ci pensa Richard Ford a riportare un po' di vita in questa morte, parlando del confronto con la morte come qualcosa di naturale che l'Occidente rimuove. Delle colpe dell'Occidente nel portare ovunque la morte. Mostra con ironia e un impalpabile sorriso i suoi spessi calzini verdi poco in sintonia con la stagione torrida. Ha occhi azzurri e sottili, proprio gli occhi che deve avere uno che registra ogni minuto dettaglio di quel che si trova intorno a lui.

Tra le cose più belle che dice quest'uomo di grande intelligenza e capacità di compenetrazione della realtà è che l'obiettivo ultimo degli uomini è essere vicini ad altre persone, ed è difficile. E ancora che compito della letteratura è rinnovare la vita delle persone. Alcuni psicoanalisti consigliano i suoi libri in lettura ai loro pazienti.

Penso ad alcune vicende ad alto tasso di conflittualità che mi sono capitate in questi giorni, a dialoghi e incontri mancati, alla rabbia che fa venir voglia di distruggere tutto, di denigrare le persone, al timore dell'altro che innesca reazioni di aggressione e fuga, a come è facile respingere le persone, difendersi, reagire al rifiuto, alla paura della differenza o alla differenza tout court, rinserrandosi nelle proprie categorie, e mi chiedo, cosa può veramente liberarci dalla diffidenza, dalla paura del'Altro, dalle ferite che da questo ci lasciamo infliggere (perché sono le nostre vulnerabilità a operare) o gli infliggiamo? A volte essere vicini agli altri diviene un'occasione mancata, un solco, che più lo scaviamo e più aumenta le distanze. Perdiamo le inimmaginabili libertà dello sconfinare, ci rinserriamo nella sicurezza del già noto, e forse questa non è anche una forma di morte, nella sua possibilità di rinnovamento mancata? E poi chissà, se si tratta di occasioni perdute o ne impariamo qualcosa.

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domenica, 15 giugno 2008

Ho iniziato ieri una serie di lezioni per un corso di mediazione culturale. Questo ha rimesso in questione per me tutta una serie di cose che davo per scontate. L'antropologia è sempre stata una disciplina che si è occupata di descrivere l' "Altro" lontano, in forme progressivamente dialogiche e collaborative, che hanno posto rimedio a metodi di descrizione degli altri troppo osservativi e poco partecipati, che avevano l'effetto di relegarli in luoghi e tempi "altri", e spesso di distorcere fortemente le descrizioni di realtà sociali. I destinatari dei testi antropologici sono restati sempre però prevalentemente occidentali o accademici. Cosa succede dunque quando si deve andare a parlare di migrazione con dei migranti? E' sufficiente portare loro i risultati delle ricerche? No, mi sono detta, è giusto costruire gli incontri insieme a loro, in una prospettiva di laboratorio quanto meno direttiva possibile, in cui le persone esercitino appieno la loro capacità critica, mettendo in campo la loro esperienza, e da cui esca nuova conoscenza.

Per impostare i miei incontri mi sono stati di molto aiuto le mie esperienze di blogging e di ricerca sulla comunicazione in rete nell'ambito di "Ibridamenti", le relazioni con tutti i bloggers che ho conosciuto, e la mia esperienza di formazione Gruppo Analitica, che mi hanno portato ad ampliare le mie modalità di collaborazione e di empatia con gli altri. Penso quindi che rimettere in gioco queste esperienze mi possa portare ad un ulteriore arricchimento che spero vada in direzione del beneficio delle persone con cui mi trovo a lavorare.

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Ho voluto concentrarmi molto sulle storie di vita delle persone, per comprendere quali potessero essere le loro potenzialità di empatia, di flessibilità, di rielaborazione positiva delle loro esperienze. Ho voluto anche iniziare la mia parte di corso con una seduta di gruppo in cui le persone potessero condividere se volevano le loro esperienze e mettere in gioco i loro sentimenti per riflettere sul loro percorso di migrazione, che è sempre complesso e problematico, e destina le persone ad una vita in-between, a processi di continuo riaggiustamento tra passato, presente e intenzionamenti sul futuro.

Alcuni hanno dato di più di sé, altri di meno, come volevo fossero liberi di essere. Alcune persone hanno parlato, magari per la prima volta in maniera libera e aperta, delle loro tensioni, delle difficoltà di esprimere i loro sentimenti di disagio nell'essere stranieri. Mi trovo a dovermi prendere cura, per qualche tempo, di queste persone, nell'intento che possano raggiungere una condizione di maggiore benessere, equilibrio e creatività, che sono presupposti indispensabili per lavorare bene e per integrare meglio lavoro e dimensione esistenziale, facendo in modo che l'uno e l'altro tendano a sovrapporsi. Sento una grande responsabilità nell'usare nuovi strumenti molto delicati, ma mi sento anche disponibile a utilizzare i mezzi che ho a disposizione a favore di queste persone, non solo perché apprendano nozioni e linguaggi nuovi, ma anche perché vi possa essere per loro la possibilità di un accrescimento complessivo, magari sanando disagi, difficoltà, rabbie e frustrazioni. Sento il piacere, la gratificazione, e l'arricchimento personale che mi derivano da questo prendersi cura, e spero di potere essere all'altezza degli obiettivi che mi sono data, sorprendendomi per prima nello scoprire lati di me che solo in nuovi compiti e nuove relazioni possono uscire allo scoperto o crearsi e prendere forma. Provo stupore, commozione, e compartecipazione per le vite altrui.

Anche da stranieri, vi è un modo di abitare saldamente il mondo, che è quello poetico suggerito da Heidegger. Essere profondamente addentro alle cose, e in questo investimento, essere capaci di comprendere quello che vi è al di fuori di noi, facendo vuoto di ciò che noi siamo per accogliere gli altri. La sensibilità, l'affectus e l'immaginazione possono portarci a sentirci appaesati anche in condizioni di sradicamento, pure se le cose non sono mai facili.

E credo che queste qualità siano molto presenti e favorite dalla comunicazione in rete. Da qui ho appreso veramente tanto, e credo di essere uscita sicuramente trasformata da questo percorso iniziato oramai un anno e mezzo fa.

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giovedì, 05 giugno 2008

La mozzarella di bufala di Aversa per me rappresenta la casa, tutto il lato paterno della mia famiglia, un oggetto affettivo e identitario di peso enorme, l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza, la patria accogliente e avvolgente, costellazioni di memoria puntiforme contrassegnata da un sapore intenso, amarognolo e pieno, pervasivo dei sensi e dei sentimenti. Ho sempre mangiato con reverenza e adorazione, quella mozzarella, un concentrato da cui si spremeva uno dei succhi più sublimi al mondo. Ora non posso pensarci senza associarla alla diossina che ne pervade le fibre. Le bufale dell'agro aversano sono nutrite dai rifiuti che vengono dal Nord, da questa gente pulita, onesta, lavoratrice ed efficiente, che fa la raccolta differenziata, ed efficientemente smaltisce al Sud i suoi veleni, tuonando poi contro l'arretratezza di queste selvagge genti meridionali, contro la loro mentalità da clan, queste persone che si permettono ancora di avere un senso del legame familiare, di contrapporre l'espressività di fronte all'analfabetizzazione dei sentimenti, e quindi cosa importa se muoiono avvelenate. Il loro nitore e lindore, la loro efficienza trasudano morte, puzzano di cadavere e di marcio, rivelano la loro bestialità e decomposizione intrinseca allo stesso modo delle facce di Francis Bacon. La facciata pulita non è che un velo dietro il quale si nasconde spazzatura umana, paesaggi desolati di deserto morale. Che nessuno, nessuno si permetta di puntare il dito contro di noi. Che nessuno si permetta di accollarci il ruolo di ricettacolo dei veleni italiani, di selvaggi, di arretrati.  Sono solo assassini che addossano alla vittima il peso del delitto, ed è questa catena di menzogne che bisogna spezzare, perché gli occhi delle persone vedano i mucchi di spazzatura anche nei luoghi puliti e ben curati, vedano che i rifiuti in realtà sono ovunque e non solo nel luogo fisico in cui vengono stoccati.  Guardo con orrore a queste facciate perbeniste, a questi corpi azzimati e ipercontrollati, e spero che ora la gente, quando pensa a loro, al di là dell'asettica efficienza e dell'opacità delle facciate malamente puntellate , intraveda gli stessi ghigni cadaverici e da macelleria che si intravedono sulle facce di Bacon, il volto della realtà,

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martedì, 06 maggio 2008

Non trovo metafora più nobile, per descrivere il mio muoversi da Milano per Roma e Napoli, di quella di un PacMan (lo ricordate?) che si muove (tutto sommato con una certa placida voracità nonchalante), per cercare di mangiare quanto più palline possibile gli si presentano sul suo cammino.

Ecco, quelle palline sono i miei incontri. Ce ne sono stati tanti, con vecchi amici di vent'anni ormai, amici pluriennali, vecchie e nuove conoscenze e persone che ho conosciuto tramite la rete.

A Roma con Farouche e Alfred, in una pasticceria del Testaccio, a parlare di tante cose, poesia musica letteratura mostre altri bloggers, che il tempo è scorso tanto velocemente e il tramonto ha mutato rapidamente il paesaggio intorno a noi. A Napoli con Aitan, Zaritmac e Biancanera (io non la conoscevo, lei mi dice "ma tu sei al-diwan" ed essere identificata con il blog mi fa uno stranissimo effetto), prima sotto le fronde di Piazza Bellini e poi alla Pignasecca davanti a quell'alimento identitario principe che è il palo totemico di napoletani stanziali e non, e mi ritrovo a casa nel modo di parlare, in suoni a me cari e oramai rari, in modalità di conoscenza e messa in relazione che sono e saranno sempre per me uno dei modi  più piacevoli di abitare il mondo, e dei quali non finirò mai di sentire nostalgia, se non negli attutimenti di altre abitudini. Infine, un invito per una tazzulella di caffé da Dido, a conoscere la piccola Greta, a parlare di una libertà del mondo dei blog che non vuole essere irregimentata. Io ho portato un angelo di legno a Greta, e Dido mi ha regalato una foto panoramica di Napoli, di quelle a 220 gradi circa, con tutti i tre castelli, presa dal fronte mare.

Tutti questi incontri mi hanno permesso di vagare, spaziare tra il mio io presente, passato e in divenire, di unire vari momenti temporali, racconti, parti della mia personalità, ritrovando un senso di unità ultimamente troppo schiacciata sul presente e su ansie del futuro, in alcuni casi recuperando pezzi di radici poco irrigate nel corso di convulsi mesi di lavoro, in cui ti aggrappi alla tua identità lavorativa come se fosse l'unica possibile, come se le altre parti di te fossero senza colore e senza valore. E perdi un po' il valore del primato della relazione, la possibilità di godere il tempo senza avvertirne lo scorrere. Ho ritrovato suoni che mi sono cari, modalità di comunicazione nelle quali mi trovo come un pesce nell'acqua, ritmi e luoghi che amo e che custodiscono una parte di me altrimenti difficilmente esprimibile. Ho provato il piacere di parlare di nuovo napoletano fuori dalle mura domestiche. Ho ritrovato luoghi che aderiscono al mio corpo e dai quali separarsi è un lacerazione, il trauma di un parto. Ho incollato quel pezzo di me che pencolava un po', e ho di nuovo paura che qui, dove c'è un'altra me stessa, si perda di nuovo. Ma ne ho aggiunti altri, di nuovi, di pezzi. Perché non vi è identità possibile se non nel riflettersi, riscoprendosi,  reinventandosi ogni volta, in quei frammenti di specchio che sono gli altri, in nuove e rinnovate connessioni.

E' questa rete ampia e mobile, che mi consente di sconfinare da un luogo con delle abitudini e delle relazioni che sono mie ma dalle quali ho necessità di uscire, per spezzare l'effetto di naturalezza di giochi sociali.

Mi chiedo se la mia esperienza, il mio stato di dislocazione continua, mi servano almeno in parte a comprendere la fenomenologia di altri soggetti dislocati, contesi da luoghi e identità diversi, tenuti insieme da punti di sutura che uniscono margini di blessures, tagli spesso slabbrati, dolenti, mai del tutto cicatrizzati, cauterizzati, tra lingue, identità, abiti plurali, dissonanti, polifonici, dodecafonici, talvolta silenzi in ricerca di ascolto, urli sommessi, repressi.

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giovedì, 27 marzo 2008

Ho cercato di non usare mai il blog come sfogo di sentimenti personali che non avessero un qualche interesse pubblico. Solo che accade talvolta che tutte le belle parole sull'incontro con l'altro (non voglio eccedere in A maiuscole alterizzanti) si rivelino un bel wishful thinking, viziato da habitus rigidi e radicati, richieste di riconoscimento sentite ed espresse in modo faticoso e affaticante, vecchie ferite, e risentimenti, e stereotipi, che saltano fuori all'improvviso, e Dio solo sa cos'altro. Intoppi tutto sommato ordinari che sembrano diventare ostacoli relazionali insormontabili. E allora ti risvegli dal bel sogno che diventare straniero sia tutt'uno con l'essere con. E che sia così facile poi. Ti ricordi quanto possano essere faticose le negoziazioni di significati. Ti sovviene di quanto tutto questo possa essere una palude in cui ti impantani e non sai bene da dove uscirne. E che poi connettere non è mica "solo" connettere. Che poi è giusto, perchè altrimenti trasformiamo il dialogo e l'incontro e la relazione in una bella favoletta dinseyana, cosa che non è. Le nostre storie personali e collettive possono rivelarsi pesi ingombranti. Ne avverto pesantemente la fatica, l'intenzionalità vacilla, il suo piacere anche. Et combattre le sens de la fatigue, pour quoi faire?

postato da: barbara34 alle ore 14:25 | Permalink | commenti (67)
categoria:moods, connessioni, arabità, spaesamenti, etnodiario
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sabato, 01 marzo 2008
fatigue                                   opera esposta nel padiglione africano della biennale di venezia 2007
postato da: barbara34 alle ore 08:23 | Permalink | commenti (14)
categoria:arte, moods, spaesamenti
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