domenica, 27 gennaio 2008

rutkaNon mi piace scrivere in modo condizionato in occasione delle ricorrenze. Oggi è il Giorno della memoria e a me viene forte la tentazione di ricordare sì la Shoah, ma anche per rendere più evidente la criminale occupazione e il genocidio strisciante che gli israeliani commettono in Palestina.

Eppure c'è un libro che è uscito da poco e di cui vale la pena parlare, per ciò che si è recuperato alla memoria e ancor più per ciò che è vi sfuggito. Si tratta del Diario di Rutka Laskier, una ragazzina ebrea quattordicenne internata nel ghetto di Bedzin, e poi deportata e subbito uccisa ad Aushwitz con la madre e il fratello. pubblicato in questi giorni da Bompiani.

Il suo valore intrinseco va al di là di quello documentario. Una ragazzina, nonostante sia consapevole delle deportazioni e uccisioni degli ebrei, continua a leggere, vivere, pensare, andare alla scoperta dei sentimenti e dei primi accenni di sessualità, con sorprendente sottigliezza e profondità di percezioni e sentimenti. Poi racconta di un soldato tedesco che, durante una selezione di ebrei che dovranno lavorare, sbatte così, per capriccio, la testa di un neonato contro un lampione, il cervello che schizza fuori, la madre colta da un attacco, e lei Rutka, che assiste senza battere ciglio alla scena, accettandola in modo sorprendente come parte di una realtà che però registra.

Il diario fu nascosto, recuperato da un'amica polacca più grande di Rutka alla quale era stato comunicato il nascondiglio, e tenuto da parte per anni, fino a quando questa, oramai ottantenne, lo mostra al nipote adolescente, il quale ne comprende il valore documentario. Si arriva così alla fortuita pubblicazione del diario. Se questa donna non fosse stata così longeva, probabilmente non ne avremmo mai sapouto l'esistenza, e chissà quali scritti possono essere stati inghiottiti in questo modo dall'oblio.

Il padre di Rutka, dopo aver perso tutti i membri della sua famiglia, tra cui numerosi fratelli e sorelle, si rifece una vita in Israele, e non parlò del suo passato alla figlia Zahava fino ai suoi quattordici anni. A lei sono stati risparmiati gli orrori del racconto, ed è cresciuta così serena, protetta dall'ombra di uno spesso silenzio. Penso alla forza di quest'uomo, al coraggio di sostenere tutti i lutti e l'orrore a cui ha assistito, di risparmiarli agli altri, riuscendo a concludere serenamente, nonostante tutto, la sua esistenza. E mi resterà la curiosità insoddisfatta di sapere quali siano stati i pensieri e i sentimenti di ques'uomo.

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categoria:memorie, oblio
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sabato, 12 gennaio 2008

ornela vorpsiParadossalmente, il libro di questa artista e scrittrice albanese, che ha vissuto in Italia e ora è in Francia, ha scritto in italiano e ora in francese, si apre con una dichiarazione di malessere contro il viaggio in senso fisico: "Con il pensiero ho sempre voluto viaggiare l'intero mondo e al di là, se possibile". In realtà questa repulsione fisica dice la fatica esistenziale dello spostamento da un mondo all'altro, mediata da momenti di vuoto e di angoscia. Dal mondo in cui si vive a quello da cui si proviene. Un viaggio, e uno spaesamento conseguente, che rimangono nel sangue e colorano la pelle del "verde veleno" (il titolo originale del libro) dell'espatriato, il prezzo da pagare per gli slavi che hanno lasciato la patria, "verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici per aria". La perdita dell'ovvio di esistere, la condanna a una riflessività perpetua. Ornela o il suo io narrante va trovare Mirsad, che ha provato anche lui lo spaesamento, e ora è di nuovo a casa, a Sarajevo, ma qualcosa non è a posto in lui, nel senso che non si sente più al suo posto, e alla fine del racconto sparirà, come se non si desse più per lui luogo possibile. Ci va perché "è importante avere vicino qualcuno mentre ti lamenti, quando si è soli si smette di lamentarsi. L'esigenza di un altro orecchio è propria al lamento". La narrazione breve e intensissima di Vorpsi prende la forma di un puzzle incompleto, fa pensare a uno di quegli specchi frammentari di Luciano Fabro in cui il soggetto si riflette "a pezzi", proprio come un puzzle incompleto e di cui tuttavia otteniamo dei dettagli illuminanti. Questa frammentarietà corrisponde alla condizione esistenziale di chi ha voluto sempre andare da un'altra parte, e quando ci è arrivato non gli resta che cambiare destinazione di viaggio, il luogo di origine, in un perpetuo malessere strisciante. "Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. A volte, essere condannati a guardare da fuori suscita una grande melanconia. (...) Tu rimani spettatore".

Straniera a se stessa, Ornela guarda ironicamente e malinconicamente alle manifestazioni di orgoglio albanese, condensate simbolicamente in un raki che sembrerebbe in grado di proteggere da tutti i mali. Il tentativo fantascientifico di un medico di trovare un rimedio all'Aids, per restituire all'Albania quella reputazione che nemmeno Madre Teresa di Calcutta ha potuto garantire. Partecipa ad una cena bosniaca, in cui tra slavi ci si riconosce anche se non si parla la stessa lingua, ma piuttosto quel linguaggio degli affetti che è un esperanto balcanico, un'affettività e una generosità traboccanti, invadenti, imposti agli altri, che non si possono rifiutare. Il linguaggio di una zuppa della nonna che Ornela vuole preparare a Mirsad, "di quelle che ti assicurano che la morte non esiste, che abbiamo sempre dieci anni e i miracoli sono davanti che ci aspettano". Ma lì, è vista come una straniera, una che ha vissuto a Parigi e Milano, una che ce l'ha fatta. E' una trappola alla quale è impossibile sfuggire.

Nel corso della narrazione, Ornela erra nello spazio e nel tempo, tra Sarajevo, l'Italia, la Francia, raccontando sprazzi di sé e di altri migranti. Le due amiche che diventano ladre di fragole allo zucchero, e poi di telefonate, a casa di una benefattrice, convinte di essere arrivate nel paese dei balocchi, finché non vengono messe alla porta. Mirsad mentre perso nella "città grigia" che "lo scuoia" mangia la pizza insapore di Spizzico. Una coppia di migranti in crisi, desiderosa di tornare sconfitta a casa, che si convince a restare nell'assistere all'abbondanza con cui può riuscire a mangiare un semplice cane. Le code senza fine dei migranti alla questura di via Montebello, a Milano, "un mosaico scuro nel cuore della Milano bene", a cui la protagonista è sottratta grazie alla borsa che la qualifica come modella. La vita a Roma, un mondo nuovo che abbaglia Ornela, un amico italiano della cugina, Michele, che simboleggiano tutto il nuovo che la attrae, e al quale sussurra dopo un giro in auto con una canzone di Battisti le uniche parole italiane che sa, "ti amo", con l'effetto di uno stupore indignato, l'allontanamento del suo Rodolfo Valentino e un'esposizione alla rabbia e alla vergogna. E la storia di Majlinda, che ha sposato un olandese, di cui adora quei piedi che a differenza dei suoi  non portano i segni deformanti della fatica. E proprio quei suoi piedi la rendono male accetta alla suocera, perché "nessuno vuole avere accanto qualcuno che, pur ridendo di gioia intatta, lascia trasparire dietro di sé un passato di vita dura". Tragicomici equivoci e malintesi e cronici malesseri delle spaesamento.

Sentendosi straniera a Sarajevo, la protagonista decide di partire, confrontandosi con l'ostilità di Milica, parente di Mirsad, agente di viaggio, che ostacola questa decisione vissuta come un tradimento. E quando finalmente la situazione si sblocca va a comprare dei byrek, alimento che contiene l'infanzia e tutta la vita passata, incantesimo che dura fino alla deglutizione dell'ultimo boccone. "Ho la sensazione di avere con me un alimento biblico. Una volta che i miei amici occidentali mangeranno la pasta dai Balcani saranno trafitti da una spritualità che non conoscono".

E questo libro, che è  un viaggio del quale ogni frase non va perduta, termina come tutti i viaggi degli spaesati, con un rito di riorno, come altrimenti non potrebbe essere, "lontano da tutto ciò che mi è vicino".

La copertina del libro, Le ali di Chiara, è un'opera della stessa Ornela Vorpsi.

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categoria:libri, memorie, ibridazioni, migrazioni, spaesamenti
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mercoledì, 02 gennaio 2008

Records de Nàpols

Cosa resta di Napoli, ora che risiedo di nuovo al centro di un'ovattata giornata padana foriera di neve, avvolta e protetta da silenziosi e rassicuranti spazi domestici che dicono di me?

Resta la visione abbagliante di un Golfo talmente incombente nel suo azzurro da penetrare il corpo e i sensi. E riti, riti che costantemente necessitano di riperimetrare un luogo e rifarlo mio, di ricostituirmi come persona al crocevia tra vecchie e nuove connessioni.

E le passeggiate per il Corso Vittorio Emanuele infinitamente ripercorso nei suoi snodi, e dalle discese e scale ripide e sinuose che non finirò mai di apprendere. Il passaggio dal presepe animato di via Tribunali con i suoi pescivendoli e verdumai e le zingare che entrano a comprare la carne, tra banchi di baccalà, capitoni che guizzano ancora ignari, tini ricolmi di olive e papaccelle, infiniti banchi di dolciumi e cibarie. Babà, mustacciuoli, roccocò, piccole guantiere di struffoli, e ripieni fritti, panini napoletani, arancini, piccole pizze da asporto, di quelle che mangi con la carta scura, piegata in due o in quattro, in equilibrismo per non far colare mozzarella e pomodoro, sentendoti libero perché quando a Milano tra una corsa e l'altra ti mangi una pizza per strada o in metro gli sguardi ti fanno sentire che non sei del tutto al tuo posto. E ancora le discese a Castel dell'Ovo, sotto l'ala dell'imponente mole, tra i bianchi massi del litorale, le salite in funicolare al Vomero, le esplorazioni ad Antignano tra ceramiche di Vietri e porcellane all'ingrosso per rifornirne i paesaggi domestici, e la signora del banco che si ricorda di te che sei di Milano, e nel mentre parla con un femminiello dalle sopracciglia accuratamente depilate, magro, molto asciutto, pochi capelli e un po' scavato, sulla cinquantina.

Troballa

E i riti dell'incontro, vecchi e nuovi. Con gli amici di vent'anni al Gambrinus, il caffé più antico di Napoli, Piazza Plebiscito alle spalle. Il sushi, passione condivisa con Meriggio e Roquentin al Kukai, il ristorante giapponese, insieme ad un vecchio amico che lavora da Avagliano. E poi l'incontro domenicale con Aitan, Dido, Zaritmac, Hanging Rock, Flounder, Wosiris in ritiro temporaneo a Procida da Milano. Alcuni li avevo già incontrati, altri no, ma che importa? Ci si saluta da vecchi amici, perché già ci conosciamo, ed entrano in scena quelle dinamiche da socialità napoletana comode come un vecchio abito tanto amato. Si va a prendere un té a Piazza Bellini, e chi si rifà lo smalto che non era venuto bene, chi parla di vestiti, e poi si chiacchiera del più e del meno, secondo quel che viene in mente, informandosi delle reciproche cose e di come va oggi e andrà domani. Poi si va a vedere una noiosissima mostra su Alma-Tadema al Museo Archeologico, peraltro poco presente, e infine dopo code interminabili e richerche di un posto si approda ad un desco dove si mangia e si continua a parlare e scherzare del più e del meno. Mi è piaciuto quel ritrovarsi senza troppo bisogno di dirsi, quel parlare di cose spicciole e condividere soprattutto il tempo che è proprio di persone che si conoscono, e per le quali la modalità della conoscenza in rete non cambia molto nello stato dei rapporti. Mi sono sentita allo stesso tempo a casa e un po' straniata, mentre la mia parte ormai nordica osservava tutto da un angolo un po' esterno e l'altra si accomodava perfettamente a suo agio nella situazione. Ora tocca alla napoletana straniarsi. Così è, e così sempre sarà. Lo spaesamento e la dislocazione hanno un inizio, non una fine.

( immagini: Records de Nàpols, Troballa (incontro), Joanpere Massana, dal "Libro dell'acqua")

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categoria:memorie, incontri, riti, metabloggando, connessioni, sensiblog
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giovedì, 06 dicembre 2007
A volte vivo vite parallele. Mi capita, di questi giorni, di pensarmi sovente in Tunisia. Ma non sono pensieri di ordine concettuale no. Sono sentimenti, stati del corpo, ricordi sensoriali. Mi vedo per l'avenue Bourguiba, mi immagino seduta con Sonia o Yamina a bere un caffè, raccontandoci i nostri problemi, i  nostri progetti, i passati, i patemi, ridendo di nulla, rendendo la giornata lieta con poco.
Ricordo passeggiate in solitudine, la domenica, per andare a fare la spesa da Champion, a Lafayette, e risalite per Place de la République, traversare il grosso binario della metropolitana di superfiicie numero quattro, quella che porta verso Bab el Khadra, la Porta Verde, capolinea di bus che vanno in periferie desolate. Mi vedo a comprare olio, baguette, yoghurt, petit suisse, barrette di cereali spagnoli, piccoli pacchetti di zuppa thailandese alla citronella, anche quella, bottiglie di acqua Fourat, formaggini, e ritornare verso casa con i sacchetti, le suole sentono l'asfalto, l'aria tiepida della sera mi carezza. Casa, ultimamente la Maison Diocésaine. O andare dal pizzicagnolo all'angolo, comprare con immenso piacere due, tre cose, il piacere dell'essenzialità. E i panni appesi nel terrazzo della Maison, e le chiacchierate e le cene improvvisate con Odette, ex suora congolese, che è andata a fare un corso di cooperazione a Parigi due anni fa e ci siamo perse di vista e forse le vorrei scrivere, ma intanto, quanto affetto è scorso in due tre viaggi, e le tiepide domeniche al mercato a cercare la frutta e la verdura più convenienti, a cucinare e condividere i piatti, e le passeggiate alla fripe a rovistare tra montagne di vestiti usati. Una solitudine così piena, così cicaleggiante, che abitarla è ancora bello. Una solitudine solida, fatta di ricordi come roccia, a cui ancorarsi nei momenti vacillanti come in quelli luminosi. Sì, lo si può abitare, il tempo. A volte immagino di aver continuato a vivere lì, e che magari ho ancora a che fare con quelle persone scisse, lacerate tra Oriente e Occidente, desiderose di beni, contese da una vita frugale e il reclamo dei figli per un paio di Nike, il desiderio della dignità, il silenzio, i vestiti decorosi, il brulichio sommesso e inavvertito. Sogno sforzi difficili di rapporti con persone immerse in una situazione difficile, tentare inqualche modo di aiutarli, cosa non difficile visto il dislivello. Penso a Loredana, ad Armando, a Saro che hanno scelto di vivere lì, e da quanto tempo che non li vedo. E Latifa che mi ospitava, che voleva successo per i suoi figli nella vita, là nell'ex dispensario delle suore, di fronte al cimitero, a lato di un vecchio fare e di un antico santuario con ancora la tomba in soggiorno, coperta dall'incerata e con gli occhiali da sole posati sopra. Il figlio in Egitto,  e Makram sarà emigrato? E Salma, fisico da modella, magra e provocante, si sarà sposata bene? Avrà trovato un onesto lavoro? E Habib, il pacifico e un po' iracondo Habib, continua a tessere al telaio la sera, nel suo angolo donatogli dal figlio dell'ultimo Pasha che ora fa il sarto in una villa enorme e cadente? Si accende la brace e mangia il pesce con gli amici, Habib che sapeva centellinarsi un buon bicchiere di vino bianco? E Kamel l'algerino, uno dei primi che mi hanno ospitato, che sono stata dura nel non perdonare per un affare di mediazione in cui non si è fatto scrupoli di guadagnare molto soldi. Kamel, che lavorava nella bottega di Hejar Bourguiba, nella quale fui attratta da una musica di Paolo Conte. Kamel, il primo che mi introdusse alle leggende orali di Sidi bou Said, lui straniero fuggito dal paese per paura. E che si illuse che un professore italiano avrebbe potuto far sì che lui ricominciasse a occuparsi di patrimonio culturale? Quanti anni avrà la loro bambina, e mi ricordo dell'aborto, quando portai dei fiori, silenziosamente, alla sua silenziosa moglie. E Lotfi, tormentato dal diabete che gli ha mangiato una gamba, fortuna che ora ha la protesi, Lotfi che ha conosciuto Michel Foucault in vacanza, e vive un po' al cimitero un po' alla zawiya, e al café des Nattes gli offrono il té, come starà ora? Vorrei tanto poterlo salutare ancora, Passo un attimo, da un luogo all'altro ci vuole poco, li guardo, mi guardo, poi scivolo via, in silenzio.  E ancora ce ne sarebbero. Ma gli altri, un po' più lontani, li andrò a trovare un'altra volta. Ora è sera.

postato da: barbara34 alle ore 20:39 | Permalink | commenti (61)
categoria:memorie, arabità
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