Vado al Town Hall, albergo dalle prestazioni lussuose ai limiti dell'inimmaginabile, situato in un palazzo dalle architetture nemmeno troppo appariscenti che affaccia sulla Galleria del Duomo di Milano, per intervistare Richard Ford, di cui è uscito il nuovo libro "Lo stato delle cose" per Feltrinelli. C'è ancora per la terza volta il personaggio Frank Bascombe, agente immobiliare esistenzialista che raccontando la superficie in modo fittissimo riesce ad arrivare al fondo delle cose, appunto.
Ma qui al Town Hall cosa c'è, la superficie o la sostanza? Ogni volta che vengo in questo posto scattano in me istinti anarcoidi. Quale cifra si paga, mi chiedo, per usufruire di questo ligio ascensorista straniero vestito da pinguino, che ti blocca l'entrata e poi devi avere un codice per far salire l'ascensore, che ti immette in un'androne asfittico e in un corridoio claustrofobico. Il lusso non sta tanto nelle architetture o nelle pur bellissime stanze, ma nell'avere un servo pinguinato a disposizione per 24 ore a lustrarti le scarpe, farti la valigia impilando i tuoi vestiti in delicata carta velina, comprarti un'aragosta alle 3 di notte. Le frontiere del lusso contemporaneo si concretano in un ritorno rivisitato al dominio su altre persone, alle nuove forme capitaliste della servitù.
Tutti vestiti bene, come al solito, in queste occasioni, in un ambiente talmente pulito, asettico e raggelante, talmente superficie, da procurarti un attimo di levigata sospensione, farti pensare per qualche breve minuto che la morte non esiste, che tutto è facile e scorrevole, che nessuno lì fuori soffre, che non ci sono senzatetto costretti a riposare nei dormitori, vittime della tratta, rifugiati in cerca di asilo, traumi, dolori, fatiche immani di vivere, cose che da qui sembrano lontane anni luce.
Ci pensa Richard Ford a riportare un po' di vita in questa morte, parlando del confronto con la morte come qualcosa di naturale che l'Occidente rimuove. Delle colpe dell'Occidente nel portare ovunque la morte. Mostra con ironia e un impalpabile sorriso i suoi spessi calzini verdi poco in sintonia con la stagione torrida. Ha occhi azzurri e sottili, proprio gli occhi che deve avere uno che registra ogni minuto dettaglio di quel che si trova intorno a lui.
Tra le cose più belle che dice quest'uomo di grande intelligenza e capacità di compenetrazione della realtà è che l'obiettivo ultimo degli uomini è essere vicini ad altre persone, ed è difficile. E ancora che compito della letteratura è rinnovare la vita delle persone. Alcuni psicoanalisti consigliano i suoi libri in lettura ai loro pazienti.
Penso ad alcune vicende ad alto tasso di conflittualità che mi sono capitate in questi giorni, a dialoghi e incontri mancati, alla rabbia che fa venir voglia di distruggere tutto, di denigrare le persone, al timore dell'altro che innesca reazioni di aggressione e fuga, a come è facile respingere le persone, difendersi, reagire al rifiuto, alla paura della differenza o alla differenza tout court, rinserrandosi nelle proprie categorie, e mi chiedo, cosa può veramente liberarci dalla diffidenza, dalla paura del'Altro, dalle ferite che da questo ci lasciamo infliggere (perché sono le nostre vulnerabilità a operare) o gli infliggiamo? A volte essere vicini agli altri diviene un'occasione mancata, un solco, che più lo scaviamo e più aumenta le distanze. Perdiamo le inimmaginabili libertà dello sconfinare, ci rinserriamo nella sicurezza del già noto, e forse questa non è anche una forma di morte, nella sua possibilità di rinnovamento mancata? E poi chissà, se si tratta di occasioni perdute o ne impariamo qualcosa.