Pubblicazione a sorpresa. Nel novembre del 2005 avevo svolto a Brescia un seminario all'interno di un ciclo dal titolo "La violenza e i legami d'amore", in cui avevo deciso di lanciare una provocazione. Mostrare cioè come in forme apparentemente estreme, una violenza ai nostri occhi feroce, e una dimostrazione di amore devoto, vi possa essere contenuto il loro opposto. Prendevo ad esempio le mutilazioni genitali femminili e l'agape delle donne, la devozione femminile alla famiglia che per l'antroplogo David Miller costituisce una delle pratiche più sottili e striscianti di prosecuzione della dominazione di genere.
Nell'estate 2006, dopo numerose pressioni e sicuramente bisognosa di riposo e serenità, cedevo alla richiesta di trasporre in testo organico il contenuto del seminario, per un sito. Ho rinunciato a un giro in Tunisia, colta da sensi di ansia non troppo sani, facendo molto offendere una mia amica e rinunciando ad una necessaria e salvifica distrazione. Questo testo l'ho scritto portandomi numerosi libri di consultazione in Tunisia, nella camera di Rodney, finestra chiusa per impedire all'odore penetrante dell'oleificio di saturare l'ambiente, luce, aria condizionata, Enzo Moscato e David Sylvian, salvifiche passeggiate a Cartagine a prendere il sole, mangiare harissa e triglie, e quell'aria magnifica e pura, e il bianco immacolato delle mediterranee ville. Ogni tanto riuscivo anche a dormire senza gli ansiolitici, da cui in quel periodo ero completamente dipendente. Dopo un po', al mio ritorno in Italia, nemmeno quelli sarebbero stati più sufficienti.
Ora, dopo lungo tempo trascorso senza ricevere notizie e la convinzione di aver buttato del tempo, mi arriva un pacco da Brescia, con il libro "La violenza nei legami d'amore. Le relazioni vitali e conflittuali tra uomo e donna, adulto e bambino, cittadino e straniero", Gabrielli edizioni.
Mi leggerò i testi degli altri autori, tra cui Lea Melandri e Khaled Fouad Allam.
Scorro con un senso d'incredulità quel testo che mentre lo scriviamo appare un groviglio di fili elettrici sconnessi e ingarbugliati, una serie di mattoncini tra i quali scorgiamo chiaramente suture e sovrapposizioni. Lo vedo, e mi sembra compiuto, rotondo, liscio, presuntuoso in questa sua apparenza, e soprattutto lieve, senza le tracce della fatica che è costato. Provo un senso di stupore e meraviglia nel vedere, come mi succede ogni volta quando guardo un testo dopo un tempo sufficiente dalla scrittura, come un oggetto dotato di vita e natura indipendente, come se l'avesse scritto un'altra.
E' valso, quel testo, la sua fatica, il sacrificio, l'incrinatura profonda di un'amicizia? Ha detto, dirà qualcosa di interessante a qualcosa o a qualcuno? Non trovo risposte, se non forse che sento profondamente di rispondere al richiamo di produrre conoscenza, pensando che, se ci posso mettere qualcosa di mio, questo faccia parte di un'etica della responsabilità, che indolore non è, e comporta sempre fatica. E mi dico che se la consideriamo, noi che facciamo queste cose, una forma di dono, allora la fatica è un concepibile prezzo da pagare. Anche se a volte forse bisognerebbe concedersi un po' di tregua.
L'articolo si chiudeva così."E' possibile, e se lo è, come fare per districare l'amore dalla violenza"?
E boh, non mi ricordo come sono messa con i diritti d'autore, ma se qualcuno fosse interessato a leggerlo, glielo mando sperando di non trovarmi la finanza che mi bussa a casa.
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