E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.
Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.
Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.
Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.
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anch'io adotto il caviotto! 

Ho deciso: lo scrivo! Sono stata a tormentarmi venti giorni nell'angoscia per la mancanza di idee, poi ho deciso di cominciare a dedicarmici, ho iniziato a raggruppare fili di riflessione sparsi e mi è venuto improvvisamente in mente il bandolo della matassa, sì insomma il fil rouge. Mi sono sbloccata. E poi dico, si può mai rinunciare ad una proposta di pubblicazione sulle identità mediterranee in mutazione? Mi succede sempre così, devo prima superare gli indugi che durano (a mio avviso) tantissimo. Ma è come se si trattasse di un periodo propedeutico e quasi necessario per mettere in moto le cellule grigie. Succede solo a me o si tratta di un fenomeno cognitivo comune? Pensando a me, mi è venuto da chiedere come voi arrivate a concepire, ad avere la visione aurorale di una forma creativa che poi sviluppate, se sperimentate questo periodo di latenza, di faticosa circolazione di idee slegate, apparentemente inconsistenti o comunque esili, di indecisione, di ansia che poi quasi in modo insiegabile trovano sbocco in una chiarezza di visionee in un proliferare delle connessioni. I vostri pareri saranno graditissimi per sentirmi parte di un insieme umano più vasto, e mi stimola molto l'idea di riflettere in comune su processi cognitivi e creat(t)ivi e su quanto, nella loro diversità, possono avere di simile.