domenica, 15 giugno 2008

Ho iniziato ieri una serie di lezioni per un corso di mediazione culturale. Questo ha rimesso in questione per me tutta una serie di cose che davo per scontate. L'antropologia è sempre stata una disciplina che si è occupata di descrivere l' "Altro" lontano, in forme progressivamente dialogiche e collaborative, che hanno posto rimedio a metodi di descrizione degli altri troppo osservativi e poco partecipati, che avevano l'effetto di relegarli in luoghi e tempi "altri", e spesso di distorcere fortemente le descrizioni di realtà sociali. I destinatari dei testi antropologici sono restati sempre però prevalentemente occidentali o accademici. Cosa succede dunque quando si deve andare a parlare di migrazione con dei migranti? E' sufficiente portare loro i risultati delle ricerche? No, mi sono detta, è giusto costruire gli incontri insieme a loro, in una prospettiva di laboratorio quanto meno direttiva possibile, in cui le persone esercitino appieno la loro capacità critica, mettendo in campo la loro esperienza, e da cui esca nuova conoscenza.

Per impostare i miei incontri mi sono stati di molto aiuto le mie esperienze di blogging e di ricerca sulla comunicazione in rete nell'ambito di "Ibridamenti", le relazioni con tutti i bloggers che ho conosciuto, e la mia esperienza di formazione Gruppo Analitica, che mi hanno portato ad ampliare le mie modalità di collaborazione e di empatia con gli altri. Penso quindi che rimettere in gioco queste esperienze mi possa portare ad un ulteriore arricchimento che spero vada in direzione del beneficio delle persone con cui mi trovo a lavorare.

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Ho voluto concentrarmi molto sulle storie di vita delle persone, per comprendere quali potessero essere le loro potenzialità di empatia, di flessibilità, di rielaborazione positiva delle loro esperienze. Ho voluto anche iniziare la mia parte di corso con una seduta di gruppo in cui le persone potessero condividere se volevano le loro esperienze e mettere in gioco i loro sentimenti per riflettere sul loro percorso di migrazione, che è sempre complesso e problematico, e destina le persone ad una vita in-between, a processi di continuo riaggiustamento tra passato, presente e intenzionamenti sul futuro.

Alcuni hanno dato di più di sé, altri di meno, come volevo fossero liberi di essere. Alcune persone hanno parlato, magari per la prima volta in maniera libera e aperta, delle loro tensioni, delle difficoltà di esprimere i loro sentimenti di disagio nell'essere stranieri. Mi trovo a dovermi prendere cura, per qualche tempo, di queste persone, nell'intento che possano raggiungere una condizione di maggiore benessere, equilibrio e creatività, che sono presupposti indispensabili per lavorare bene e per integrare meglio lavoro e dimensione esistenziale, facendo in modo che l'uno e l'altro tendano a sovrapporsi. Sento una grande responsabilità nell'usare nuovi strumenti molto delicati, ma mi sento anche disponibile a utilizzare i mezzi che ho a disposizione a favore di queste persone, non solo perché apprendano nozioni e linguaggi nuovi, ma anche perché vi possa essere per loro la possibilità di un accrescimento complessivo, magari sanando disagi, difficoltà, rabbie e frustrazioni. Sento il piacere, la gratificazione, e l'arricchimento personale che mi derivano da questo prendersi cura, e spero di potere essere all'altezza degli obiettivi che mi sono data, sorprendendomi per prima nello scoprire lati di me che solo in nuovi compiti e nuove relazioni possono uscire allo scoperto o crearsi e prendere forma. Provo stupore, commozione, e compartecipazione per le vite altrui.

Anche da stranieri, vi è un modo di abitare saldamente il mondo, che è quello poetico suggerito da Heidegger. Essere profondamente addentro alle cose, e in questo investimento, essere capaci di comprendere quello che vi è al di fuori di noi, facendo vuoto di ciò che noi siamo per accogliere gli altri. La sensibilità, l'affectus e l'immaginazione possono portarci a sentirci appaesati anche in condizioni di sradicamento, pure se le cose non sono mai facili.

E credo che queste qualità siano molto presenti e favorite dalla comunicazione in rete. Da qui ho appreso veramente tanto, e credo di essere uscita sicuramente trasformata da questo percorso iniziato oramai un anno e mezzo fa.

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domenica, 06 aprile 2008

Sto ultimando l'articolo da consegnare per una prima analisi della mia esperienza etnografica sui blog. E, nel rivedere i post e i commenti su Sensiblog, non posso non sentirmi profondamente coinvolta e commossa nel rileggere le apassionanti e vivaci discussioni che abbiamo condotto, l'affiatamento cognitivo e creativo che si è creato in quei momenti, e il dono che le persone hanno voluto farmi nel comunicarmi pensieri, sensazioni e atti spesso intimi e personali.

Un grazie commosso dunque a Didolasplendida, Pannonica, Chiccama, Erremme, Porucista, Melogrande, Yzma (la lista è in via di completamento man mano che esamino i diversi post), a Mario Galzigna e Maddalena Mapelli per le loro profonde, estese e acute analisi, a Orsa e Lefty che più di tanti altri mi hanno fatto comprendere il senso della trasgressione e al tempo stesso dell'empatia, e a tutti coloro che ho frequentato nel corso di questo anno e mezzo, e continuerò a frequentare. Un forte, coinvolgente e coinvolto abbraccio.

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giovedì, 27 marzo 2008

Ho cercato di non usare mai il blog come sfogo di sentimenti personali che non avessero un qualche interesse pubblico. Solo che accade talvolta che tutte le belle parole sull'incontro con l'altro (non voglio eccedere in A maiuscole alterizzanti) si rivelino un bel wishful thinking, viziato da habitus rigidi e radicati, richieste di riconoscimento sentite ed espresse in modo faticoso e affaticante, vecchie ferite, e risentimenti, e stereotipi, che saltano fuori all'improvviso, e Dio solo sa cos'altro. Intoppi tutto sommato ordinari che sembrano diventare ostacoli relazionali insormontabili. E allora ti risvegli dal bel sogno che diventare straniero sia tutt'uno con l'essere con. E che sia così facile poi. Ti ricordi quanto possano essere faticose le negoziazioni di significati. Ti sovviene di quanto tutto questo possa essere una palude in cui ti impantani e non sai bene da dove uscirne. E che poi connettere non è mica "solo" connettere. Che poi è giusto, perchè altrimenti trasformiamo il dialogo e l'incontro e la relazione in una bella favoletta dinseyana, cosa che non è. Le nostre storie personali e collettive possono rivelarsi pesi ingombranti. Ne avverto pesantemente la fatica, l'intenzionalità vacilla, il suo piacere anche. Et combattre le sens de la fatigue, pour quoi faire?

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categoria:moods, connessioni, arabità, spaesamenti, etnodiario
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giovedì, 06 marzo 2008

Ho iniziato una nuova ricerca, preceduta da un lungo periodo di apprensione e ansia. In parte, razionalmente, motivata da uno slittamento dei tempi e la pressione di cominciare. In realtà era una fase premiminare o ancora meglio pre-liminale.

Ho riconosciuto stavolta tutte le fasi legate ad un rito di passaggio. Predisporsi mentalmente ad entrare una nuova dimensione in cui saranno coinvolte le mie esperienze e il mio pensiero. Non è facile. Ci vuole un periodo di assuefazione. Ma non ci sono riti che plachino l'angoscia, l'incertezza degli esiti, il tentativo quasi maniacale di voler prefigurare lo svolgimento nel tempo. Una dolorosa sensazione che svanisce quando si è attraversata la soglia, e si è già dall'altra parte, con la mente e con gli intenti.

Forse in realtà i riti ci sono, anche se non del tutto formalizzati. Sono le riunioni di avvio ufficiali e ufficiose, la costituzione di un gruppo di ricerca i cui componenti lavoreranno in parte in modo indipendente, e talora si incontreranno, e questo sarà un ancoraggio in una fluttuazione spazio-temporale, un percorso esperienziale e conoscitivo che ci è sempre ignoto.

E c'é stato anche l'incontro con le persone che mi aiuteranno a mediare, piuttosto informale perché ci conosciamo e frequentiamo da tempo, a discutere in cucina, le pentole ancora ad asciugare sul tavolo che poi non avevo voglia di spostarle proprio allora, su cosa fare e come, sul modo migliore di avvicinare le persone, su come vivere l'esperienza e l'incontro in un percorso di ricerca e conoscenza. In qualche modo mi sono già sentita sul campo, e il fatto che casa mia ne faccia in qualche modo parte mi evita di sentire la cesura per me fastidiosa tra ricerca e vita, tra esperienza e interpretazione. Poi, tutto diviene campo, tutto viene guardato da questa prospettiva, come dagli occhi di un fotografo che stia continuamente all'erta per cogliere un'inquadratura significativa.

aprite!

Il desiderio di controllare tutto, di padroneggiare gli eventi mediante una serie di mosse accuratamente predisposte, cede alla predisposizione ad andare incontro alla sorpresa che ogni incontro ci apre. E allora in qualche modo ci si rende conto di avere cambiato ancora una volta impercettibilmente forma, di aver attraversato la soglia, predisponendosi ad essere attraversati ancora una volta da un'esperienza di frontiera.

postato da: barbara34 alle ore 21:47 | Permalink | commenti (43)
categoria:frontiere, etnodiario
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