venerdì, 12 settembre 2008

Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.

Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.

Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.

Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?

Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa. 

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lunedì, 02 giugno 2008

Bando alle tristezze dell'attualità. ché se vi si dovesse badare non si finirebbe più, e torniamo alla vita che scorre comunque e nonostante e costituisce il nostro spazio creativo, di azione e mutamento. Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop di psico-corporeità. Si tratta, in breve, di apprendere da una parte modi di sentire attraverso il corpo, dall'altra, grazie all'uso del corpo, di comprendere meglio il senso della relazione tra sé e gli altri. e di comprendere anche meglio se stessi, attraverso i modi di comunicare e l'energia che spandiamo intorno a noi e mettiamo in circolo.

matisse

Devo confessare che, come credo molti, questo tipo di esperienze mi spaventano, perché si tratta di lasciarsi andare rompendo schemi di comunicazione con gli altri, ma anche di gestione di se stessi, che sono profondamente in-corporati e attraverso i quali noi ci auto-controlliamo e ci difendiamo obbedendo a una serie di regole di ordine sociale, e che con il limitare la nostra capacità di agire inibiscono e depotenziano anche il nostro sentire, il nostro affidarci all'altro. Per me che sono stata a lungo una logo-centrica, la scoperta della comunicazione che passa attraverso il corpo e la comprensione dei sentimenti degli altri, che fa appello all'integrazione di tutti i nostri sensi, il cui insieme da più della loro semplice somma per attingere a un sentire profondo, è stata una rivelazione. Ora capisco gli altri molto di più attraverso piccoli, minuti gesti ed espressioni, e questo risolve problemi e contraddizioni comunicative a livello più formale, mi porta a comprendere gli altri al di là della facciata, delle difese, delle regole.

Un esercizio consisteva nell'essere bendati e nel farsi condurre per mano da un collega nella palestra dell'esercitazione. Poi ancora nel lasciarsi guidare solo attraverso il contatto della punta delle dita, e infine lasciando la mano, solo con dei segnali sonori. Una mano è un mondo, attraverso il quale noi possiamo imparare, in maniera im-mediata, a fidarci dell'altro, a lasciarci andare alla sua guida. Si trattava di una persona che non conoscevo bene, e i cui discorsi avevo comunque avuto modo di apprezzare per la loro profondità nei confronti dei compiti di cura che uno psicoterapeuta si dà verso gli altri. E ho scoperto che il contatto di una mano può, più di mille discorsi, costituire un atto di affidamento iniziale, di conoscenza così profonda del nucleo dell'altro, dopo la quale ogni altra comunicazione sarà più facile. Anche apprendere a guidare l'altro, bendato, ti fa sentire tutta la responsabilità della presa in carico di una persona, il doverla condurrea aiutandola a schivare gli ostacoli, a non farsi male, l'attenzione minuziosa.

Poi è arrivato il momento del gioco libero. Facile a dirsi. Là bisogna lasciare veramente ogni regola e inibizione. Ho visto colleghi del quarto anno lasciarsi andare a giochi di contorsione, avvolgendosi nei teli e facendosi toccare, lasciandosi trasportare per la stanza, ammucchiandosi l'un l'altro e facendosi sfiorare dalle carezze dei foulard di altri, danzando.

Ad un certo punto abbiamo formato un cerchio che ha scatenato una fortissima ondata di energia. Abbiamo cominciato a percorrere la palestra come un'onda d'urto andando velocemente e con una notevole forza d'impatto a toccare gli altri che ne erano rimasti fuori. Da una parte è stupefacente vedere quanta energia il corpo possa tirare fuori, e quanto questo possa essere liberatorio. Ma il controcanto di tutto questo è che in realtà proprio il dispiegamento di tutta questa forza può non tener conto dell'altro come limite. Si tratta di esperienze in cui si scopre, in modo immediato e intuitivo, attraverso la coscienza corporea e non i meri concetti, che l'altro è la nostra risorsa e il nostro limite, e che senza quel muro che quando siamo bendati e avanziamo a tentoni rappresenta l'altro, non avremmo limiti ma nemmeno orientamento, e in definitiva, senza confronto, non saremmo nemmeno in grado di conoscere noi stessi. E' solo attraverso l'altro che in definitiva siamo in grado di sentirci, di cooscerci, e di scoprire e creare nuove parti di noi. Ammesso che questo non ci spaventi troppo e ci faccia preferire il ritrarci in note, torpide e sovente tristi e dolenti province del nostro Io.

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martedì, 06 maggio 2008

Non trovo metafora più nobile, per descrivere il mio muoversi da Milano per Roma e Napoli, di quella di un PacMan (lo ricordate?) che si muove (tutto sommato con una certa placida voracità nonchalante), per cercare di mangiare quanto più palline possibile gli si presentano sul suo cammino.

Ecco, quelle palline sono i miei incontri. Ce ne sono stati tanti, con vecchi amici di vent'anni ormai, amici pluriennali, vecchie e nuove conoscenze e persone che ho conosciuto tramite la rete.

A Roma con Farouche e Alfred, in una pasticceria del Testaccio, a parlare di tante cose, poesia musica letteratura mostre altri bloggers, che il tempo è scorso tanto velocemente e il tramonto ha mutato rapidamente il paesaggio intorno a noi. A Napoli con Aitan, Zaritmac e Biancanera (io non la conoscevo, lei mi dice "ma tu sei al-diwan" ed essere identificata con il blog mi fa uno stranissimo effetto), prima sotto le fronde di Piazza Bellini e poi alla Pignasecca davanti a quell'alimento identitario principe che è il palo totemico di napoletani stanziali e non, e mi ritrovo a casa nel modo di parlare, in suoni a me cari e oramai rari, in modalità di conoscenza e messa in relazione che sono e saranno sempre per me uno dei modi  più piacevoli di abitare il mondo, e dei quali non finirò mai di sentire nostalgia, se non negli attutimenti di altre abitudini. Infine, un invito per una tazzulella di caffé da Dido, a conoscere la piccola Greta, a parlare di una libertà del mondo dei blog che non vuole essere irregimentata. Io ho portato un angelo di legno a Greta, e Dido mi ha regalato una foto panoramica di Napoli, di quelle a 220 gradi circa, con tutti i tre castelli, presa dal fronte mare.

Tutti questi incontri mi hanno permesso di vagare, spaziare tra il mio io presente, passato e in divenire, di unire vari momenti temporali, racconti, parti della mia personalità, ritrovando un senso di unità ultimamente troppo schiacciata sul presente e su ansie del futuro, in alcuni casi recuperando pezzi di radici poco irrigate nel corso di convulsi mesi di lavoro, in cui ti aggrappi alla tua identità lavorativa come se fosse l'unica possibile, come se le altre parti di te fossero senza colore e senza valore. E perdi un po' il valore del primato della relazione, la possibilità di godere il tempo senza avvertirne lo scorrere. Ho ritrovato suoni che mi sono cari, modalità di comunicazione nelle quali mi trovo come un pesce nell'acqua, ritmi e luoghi che amo e che custodiscono una parte di me altrimenti difficilmente esprimibile. Ho provato il piacere di parlare di nuovo napoletano fuori dalle mura domestiche. Ho ritrovato luoghi che aderiscono al mio corpo e dai quali separarsi è un lacerazione, il trauma di un parto. Ho incollato quel pezzo di me che pencolava un po', e ho di nuovo paura che qui, dove c'è un'altra me stessa, si perda di nuovo. Ma ne ho aggiunti altri, di nuovi, di pezzi. Perché non vi è identità possibile se non nel riflettersi, riscoprendosi,  reinventandosi ogni volta, in quei frammenti di specchio che sono gli altri, in nuove e rinnovate connessioni.

E' questa rete ampia e mobile, che mi consente di sconfinare da un luogo con delle abitudini e delle relazioni che sono mie ma dalle quali ho necessità di uscire, per spezzare l'effetto di naturalezza di giochi sociali.

Mi chiedo se la mia esperienza, il mio stato di dislocazione continua, mi servano almeno in parte a comprendere la fenomenologia di altri soggetti dislocati, contesi da luoghi e identità diversi, tenuti insieme da punti di sutura che uniscono margini di blessures, tagli spesso slabbrati, dolenti, mai del tutto cicatrizzati, cauterizzati, tra lingue, identità, abiti plurali, dissonanti, polifonici, dodecafonici, talvolta silenzi in ricerca di ascolto, urli sommessi, repressi.

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martedì, 29 aprile 2008

دار !!!! (dar)

Home sweet home

Maison

Casa

Heimat

Insomma, parto.... nemshi li-d-dar besh nshuff el-bhar!!!!

tradotto liberamente.... preferisco il rumore del mare.....

e poi una serie di vietissimi luoghi comuni: Vesuvio, pizza, mozzarella di bufala, funicolari, piazza del Gesù, via Tribunali, Riviera di Chiaia, Castel dell'Ovo, friggitoria Vomero, villa Floridiana, piazza Vanvitelli, Pignasecca, san Martino. Tutto quest'incoerente e magnificiente agglomerato, e l'inconfondibile aria di primavera di Napoli è ciò che mi muove a pronunciare con il cuore palpitante, da comunque migrante, la parola casa.

Insomma, mi concedo una settimana di indispensabile vacanza, e non me la toglie nessuno. Condividete la mia lietezza, ché del doman non v'é certezza (e vieppiù di questi tempi bui).

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lunedì, 24 marzo 2008

Niente tavola imbandita da pastiera, casatiello, capocollo, pasta al forno possibilmente in crosta di pastasfoglia, uova sode e di cioccolata. Ho dormito tutto il sabato, troppo stracca persino per andare a comprare il grano per la pastiera (dei cedri canditi non se ne parla perché le accorte oriunde campane qui cominciano ad accaparrarseli da un mese prima).

E cosi è andata la giornata:

ore 11: colazione a base di pancakes e molto sciroppo d'acero, praticamente uno sproposito.

Seguito da rasserenante ascolto di Marin Marais e Languir me fault

ore 13: essendo lo scenario metereologico tristissimo mi sono rigenerata ballando sulle note di classici dance arabi come "A muey a muey" degli 'Aisha Kandisha, "Clotair K" dei Beytouth ecoeurée, un classicone come "Sidi Mansour" remixato e accompagnato da grandi salti (che poi ti danno la soddisfazione di constatare che la palestra a qualcosa serve), ma anche classici classici come lo yemenita "Ana atarajjak ya habibi" (Ti scongiuro amore mio), o "Tadhakkarni, wa law marra" (Ricordami anche una volta sola), "Rahalti" (Te ne sei andata), etc. etc. per un'ora circa.

Poi mi sono messa a bloggare e fare auguri di Pasqua ibrida a tutti i miei contatti di blog che trascuravo da un po' di tempo a causa di invasivi impegni di lavoro. Sì, bloggare, come mi mancava.

Alle 16 circa abbiamo deciso di sbocconcellare delle patate al vapore con salmone affumicato e panna acida.

Alle 18 circa siamo andati al Teatro dal Verme per il festeggiamento del capodanno iraniano, il Newroz, invitati da N., trasformata per l'occasione in perfetta iraniana in tutta la sua hexis corporea, con sciarpa foulard, giacca ampia e lunga e pantaloni classici. Un paio di filmati turistico-celebrativi sulla bellezza dell'Iran e sulla grandezza della sua eredità culturale (personaggi come Ibn Sina o Omar Khayyam), seguiti da una fetiha del Corano salmodiata, immediatamente tallonata da un martellante ritmo dance. Poi si sono succeduti famosi personagi nazionalpopolari, tre clown che hanno organizzato un interminabile zecchinodoro iraniano culminato in una celebrazione  dell'Iran, una band di musica pop. La mia mente ha cominciato a percorrere altri lidi mentre pensavo che, alla faccia delle differenze culturali, per certi versi la postmodernità e una globalizzazione che ha origini non recenti ci rende molto più simili nella massificazione culturale di quanto non crediamo.

Alle 22.30 circa siamo finalmente arrivati alla cena, semplice e raffinata, vari tipi di ottimo riso basmati pilaf conditi con zafferano, fave, carne o altre spezie di cui ricordo solo il nome di una, lo shivid, salmone e della pasta al forno che mi sono ben guardata dal toccare.

E' il caso che cominci a pormi dei seri interrogativi sulla mia identità? Cosa succede quando ci si disancora da forme di ritualità che scandiscono il tempo della nostra vita?

 

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sabato, 23 febbraio 2008

stagnoHo intervistato un paio di giorni fa il poeta scozzese naturalizzato francese Kenneth White, di cui, confesso, sapevo poco. E ne sono stata molto contenta. Perché White ha fatto della sua vita un'opera geopoetica, dedicandola ad approfondire lo spirito del luogo, dei luoghi. Da vent'anni vive sulla costa bretone, dove scrive, legge, guarda le nuvole, fa lunghe passeggiate, tutto parte del suo "lavoro", un lavoro culturale impregnato di spirito. E' un grande camminatore, che ha persorso il Giappone da Tokyo fino all'estrema punta delle sua isola stettentrionale. Viaggia partendo da città, incontrando persone e culture, giungendo infine a contemplare il vuoto, come si potrà volendo leggere qui. E' un uomo fortunato insomma, e io lo invidio molto. Da non molto tempo la voglia di sapre assaporare la stanzialità ha prevalso sul fremito della partenza, sul rifiuto della routine e del tempo circolare. Sto cercando di imparare a esplorare un luogo che, pur nella sua anomia, nell'aridità e nel grigiore di molti dei suoi abitanti, può rivelare mondi, sorprese e persone che mi fanno sentire arricchita nel sentire, provare il gusto della scoperta che potrei sentire viaggiando. Sto scoprendo un altro modo di muovermi. Anche se spero e desidero, come White, di riprendere un giorno la strada. Per poi arrivare al vuoto, che non è che un altro modo che arrivare a noi stessi, e al tempo stesso a ciò che ci contiene e ci oltrepassa. Sono sensazioni, a mio avviso, che si possono provare negli angoli più sorprendenti. Forse non vi è bisogno di arrivare alla punta estrema del Giappone.

postato da: barbara34 alle ore 13:24 | Permalink | commenti (14)
categoria:luoghi, articoli, erranze
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