sabato, 18 ottobre 2008

E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.

Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.

Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.

Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.

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venerdì, 12 settembre 2008

Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.

Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.

Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.

Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?

Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa. 

postato da: barbara34 alle ore 11:34 | Permalink | commenti (34)
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lunedì, 02 giugno 2008

Bando alle tristezze dell'attualità. ché se vi si dovesse badare non si finirebbe più, e torniamo alla vita che scorre comunque e nonostante e costituisce il nostro spazio creativo, di azione e mutamento. Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop di psico-corporeità. Si tratta, in breve, di apprendere da una parte modi di sentire attraverso il corpo, dall'altra, grazie all'uso del corpo, di comprendere meglio il senso della relazione tra sé e gli altri. e di comprendere anche meglio se stessi, attraverso i modi di comunicare e l'energia che spandiamo intorno a noi e mettiamo in circolo.

matisse

Devo confessare che, come credo molti, questo tipo di esperienze mi spaventano, perché si tratta di lasciarsi andare rompendo schemi di comunicazione con gli altri, ma anche di gestione di se stessi, che sono profondamente in-corporati e attraverso i quali noi ci auto-controlliamo e ci difendiamo obbedendo a una serie di regole di ordine sociale, e che con il limitare la nostra capacità di agire inibiscono e depotenziano anche il nostro sentire, il nostro affidarci all'altro. Per me che sono stata a lungo una logo-centrica, la scoperta della comunicazione che passa attraverso il corpo e la comprensione dei sentimenti degli altri, che fa appello all'integrazione di tutti i nostri sensi, il cui insieme da più della loro semplice somma per attingere a un sentire profondo, è stata una rivelazione. Ora capisco gli altri molto di più attraverso piccoli, minuti gesti ed espressioni, e questo risolve problemi e contraddizioni comunicative a livello più formale, mi porta a comprendere gli altri al di là della facciata, delle difese, delle regole.

Un esercizio consisteva nell'essere bendati e nel farsi condurre per mano da un collega nella palestra dell'esercitazione. Poi ancora nel lasciarsi guidare solo attraverso il contatto della punta delle dita, e infine lasciando la mano, solo con dei segnali sonori. Una mano è un mondo, attraverso il quale noi possiamo imparare, in maniera im-mediata, a fidarci dell'altro, a lasciarci andare alla sua guida. Si trattava di una persona che non conoscevo bene, e i cui discorsi avevo comunque avuto modo di apprezzare per la loro profondità nei confronti dei compiti di cura che uno psicoterapeuta si dà verso gli altri. E ho scoperto che il contatto di una mano può, più di mille discorsi, costituire un atto di affidamento iniziale, di conoscenza così profonda del nucleo dell'altro, dopo la quale ogni altra comunicazione sarà più facile. Anche apprendere a guidare l'altro, bendato, ti fa sentire tutta la responsabilità della presa in carico di una persona, il doverla condurrea aiutandola a schivare gli ostacoli, a non farsi male, l'attenzione minuziosa.

Poi è arrivato il momento del gioco libero. Facile a dirsi. Là bisogna lasciare veramente ogni regola e inibizione. Ho visto colleghi del quarto anno lasciarsi andare a giochi di contorsione, avvolgendosi nei teli e facendosi toccare, lasciandosi trasportare per la stanza, ammucchiandosi l'un l'altro e facendosi sfiorare dalle carezze dei foulard di altri, danzando.

Ad un certo punto abbiamo formato un cerchio che ha scatenato una fortissima ondata di energia. Abbiamo cominciato a percorrere la palestra come un'onda d'urto andando velocemente e con una notevole forza d'impatto a toccare gli altri che ne erano rimasti fuori. Da una parte è stupefacente vedere quanta energia il corpo possa tirare fuori, e quanto questo possa essere liberatorio. Ma il controcanto di tutto questo è che in realtà proprio il dispiegamento di tutta questa forza può non tener conto dell'altro come limite. Si tratta di esperienze in cui si scopre, in modo immediato e intuitivo, attraverso la coscienza corporea e non i meri concetti, che l'altro è la nostra risorsa e il nostro limite, e che senza quel muro che quando siamo bendati e avanziamo a tentoni rappresenta l'altro, non avremmo limiti ma nemmeno orientamento, e in definitiva, senza confronto, non saremmo nemmeno in grado di conoscere noi stessi. E' solo attraverso l'altro che in definitiva siamo in grado di sentirci, di cooscerci, e di scoprire e creare nuove parti di noi. Ammesso che questo non ci spaventi troppo e ci faccia preferire il ritrarci in note, torpide e sovente tristi e dolenti province del nostro Io.

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domenica, 06 aprile 2008

Sto ultimando l'articolo da consegnare per una prima analisi della mia esperienza etnografica sui blog. E, nel rivedere i post e i commenti su Sensiblog, non posso non sentirmi profondamente coinvolta e commossa nel rileggere le apassionanti e vivaci discussioni che abbiamo condotto, l'affiatamento cognitivo e creativo che si è creato in quei momenti, e il dono che le persone hanno voluto farmi nel comunicarmi pensieri, sensazioni e atti spesso intimi e personali.

Un grazie commosso dunque a Didolasplendida, Pannonica, Chiccama, Erremme, Porucista, Melogrande, Yzma (la lista è in via di completamento man mano che esamino i diversi post), a Mario Galzigna e Maddalena Mapelli per le loro profonde, estese e acute analisi, a Orsa e Lefty che più di tanti altri mi hanno fatto comprendere il senso della trasgressione e al tempo stesso dell'empatia, e a tutti coloro che ho frequentato nel corso di questo anno e mezzo, e continuerò a frequentare. Un forte, coinvolgente e coinvolto abbraccio.

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