lunedì, 05 gennaio 2009
Questo blog è in lutto per i morti di Gaza. A tutto questo si aggiunge la profondissima tristezza per il razzismo e la mancanza di pietà per questi morti, da parte di coloro che hanno l'improntitudine di considerare mancanza di sensibilità una preghiera per questi morti stessi, come se il Dio nel nome del quale si prega non fosseunico, negando valore persino alla preghiera come atto di pace e compassione.
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categoria:annunci, cronache marziane, funerali, inferni contemporanei, arabità
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martedì, 28 ottobre 2008

Sto facendo un po' di visite a servizi vari incluse in un corso di mediazione di cui mi sto occupando. Orbene, ieri dovevo andare ad una scuola a Paderno Dugnano. Guardando Google Maps il posto mi sembra a portata di piede, per una gittata di massimo un quarto d'ora.

Arrivo a Paderno, chiedo informazioni sulla strada da prendere e mi scoraggiano dicendo che è lontanissimo. Devo prendere un autobus. Solo che il prossimo parte dopo due ore. L'autista del suddetto mi indirizza verso un altro autobus e un treno. Scopro che per l'autobus devo attendere mezz'ora, e che il trenino passa ogni ora.

Decido di andare a piedi anche se mi dicono che ci vuole mezz'ora. Più persone mi dicono di prendere la Comasina. Solo che scopro trattarsi di superstrada, quindi senza marciapiedi. Ripasso mentalmente i nomi di molti santi che conosco e disperata e nera ritorno indietro sotto l'acquerugiola.

Un signore ha pietà di me e mi da un passaggio in macchina. Fortuitamente incontro per strada una maestra della scuola dove doveo andare, e mi conferma che basta prendere una stradetta laterale alla stazione di Paderno, e che ci vuole un quarto d'ora a piedi. In tutto questo giro ho perso circa un'ora.

Per completare la mia relazione sullo strano loco padernese, che sembra essere ad anni luce da Milano, dirò solo che servono un solo tipo di té al bar, e quando gli chiedi quali té abbiano ti guardano come se fossi E.T.

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categoria:cronache marziane, spaesamenti
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venerdì, 12 settembre 2008

Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.

Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.

Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.

Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?

Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa. 

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categoria:libri, appunti, eventi, articoli, incontri, cronache marziane, erranze, domeniche di lavoro
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lunedì, 25 febbraio 2008

Oggi è la mia terza lezione di palestra con M. La puntata precedente l'aveva visto desideroso di farmi rientrare nelle sue categorie come materia da plasmare. Ma evidentemente non doveva essere sufficiente. Così oggi mentre facciamo pesi, che io colpevolmente ammetto scegliere tra i meno pesanti perché ho ripreso gli allenamenti da poco, mi mostra sogghignando i suoi maxipesi e mi dice :"Barbara, vuoi fare cambio con questi?". Poi mi corregge un movimento e aggiunge con un sospiro: "Ah, questi antropologi...". Cogito ergo sum debole?

Terzo atto: non pago, mi si riavvicina e mi chiede "Ma spiegami, cosa vuol dire che lavori con gli immigrati"? Compulso in un nanosecondo un paio di ipotesi e decido che no, meglio non mettere troppa carne al fuoco, niente MGF, e propendo per un "Cerco di capire come vivono qui gli immigrati. Raccolgo soprattutto storie di vita". E lui: "Ah, come i mediatori culturali, i sociologi. Sei un mediatore culturale"? E io: "No, faccio ricerca, sono più come un sociolog...". "Ah, insomma perdete tempo". Abbozzo una risata. E poi, mica posso dargli tutti i torti. Devo dire che non mi sono mai divertita tanto. Spero che la cosa prosegua, in modo da farne venire fuori una etno-sitcom.

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categoria:incontri, cronache marziane, spaesamenti, etnografia della fitness
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lunedì, 18 febbraio 2008

Ho da poco ricominciato a fare palestra, annoiata dal senso di eterno umido dell'acquagym. Avevo   voglia di sentire di nuovo il sudore che scorre a rivoli, la tortura dell'acido lattico che ti da l'impressione di fare dei seri sforzi fisici. Ma era da tanto tempo che non mi sentivo rivolgere questa imbarazzante domanda. Che poi gli allenatori di acquagym non la fanno e quelli di palestra sì, chissà perché.

Domanda di prammatica in quel di Milano, che segue il "come ti chiami", è il "che fai"? E lì, già colta da tremori, rispondo "l'antropologa". Se dicessi che faccio l'autista di veicoli intergalattici penso si stupirebbero di meno. Dopo il primo "ah" di stupefazione l'istruttore torna alla carica: "e che cosa fa un antropologo?". Ora, mica posso mettermi a spiegargli che prima gli antropologi studiavano i primitivi, poi si sono convertiti e non li chiamano più selvaggi, e ora studiano anche la loro società occidentale, le città e pure le palestre (eh sì, sono anni che medito di scrivere un'antropologia della fitness, ho tutto scritto in testa ma altre urgenze si frappongono), e che usano questa cosa complicata chiamata "metodo etnografico". E quindi mi limito a rispondere qualcosa di comprensibile: "Beh, ora mi occupo di immigrati". Le mutilazioni genitali femminili complicherebbero troppo la risposta. E lui: "Ah, allora puoi fare un sacco di cose". E io, basita ma sollevata: "Sì". Elementare no?

Ma evidentemente lui non è rassicurato, e infatti dopo un po' torna e mi fa: "Mi ha telefonato il tuo moroso e ha detto che ti vuole così così e così, quindi devo farti raggiungere gli obiettivi": Gli scocco il sorriso più rassicurante e fiducioso che riesco a trovare, e ora sì che lo vedo rassicurato. E' riuscito a infilarmi nelle sue categorie. E mi sento rassicurata anche io, ora mi sento una persona normale.

postato da: barbara34 alle ore 11:36 | Permalink | commenti (43)
categoria:cronache marziane, spaesamenti
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