domenica, 15 giugno 2008

Ho iniziato ieri una serie di lezioni per un corso di mediazione culturale. Questo ha rimesso in questione per me tutta una serie di cose che davo per scontate. L'antropologia è sempre stata una disciplina che si è occupata di descrivere l' "Altro" lontano, in forme progressivamente dialogiche e collaborative, che hanno posto rimedio a metodi di descrizione degli altri troppo osservativi e poco partecipati, che avevano l'effetto di relegarli in luoghi e tempi "altri", e spesso di distorcere fortemente le descrizioni di realtà sociali. I destinatari dei testi antropologici sono restati sempre però prevalentemente occidentali o accademici. Cosa succede dunque quando si deve andare a parlare di migrazione con dei migranti? E' sufficiente portare loro i risultati delle ricerche? No, mi sono detta, è giusto costruire gli incontri insieme a loro, in una prospettiva di laboratorio quanto meno direttiva possibile, in cui le persone esercitino appieno la loro capacità critica, mettendo in campo la loro esperienza, e da cui esca nuova conoscenza.

Per impostare i miei incontri mi sono stati di molto aiuto le mie esperienze di blogging e di ricerca sulla comunicazione in rete nell'ambito di "Ibridamenti", le relazioni con tutti i bloggers che ho conosciuto, e la mia esperienza di formazione Gruppo Analitica, che mi hanno portato ad ampliare le mie modalità di collaborazione e di empatia con gli altri. Penso quindi che rimettere in gioco queste esperienze mi possa portare ad un ulteriore arricchimento che spero vada in direzione del beneficio delle persone con cui mi trovo a lavorare.

memoria dell

Ho voluto concentrarmi molto sulle storie di vita delle persone, per comprendere quali potessero essere le loro potenzialità di empatia, di flessibilità, di rielaborazione positiva delle loro esperienze. Ho voluto anche iniziare la mia parte di corso con una seduta di gruppo in cui le persone potessero condividere se volevano le loro esperienze e mettere in gioco i loro sentimenti per riflettere sul loro percorso di migrazione, che è sempre complesso e problematico, e destina le persone ad una vita in-between, a processi di continuo riaggiustamento tra passato, presente e intenzionamenti sul futuro.

Alcuni hanno dato di più di sé, altri di meno, come volevo fossero liberi di essere. Alcune persone hanno parlato, magari per la prima volta in maniera libera e aperta, delle loro tensioni, delle difficoltà di esprimere i loro sentimenti di disagio nell'essere stranieri. Mi trovo a dovermi prendere cura, per qualche tempo, di queste persone, nell'intento che possano raggiungere una condizione di maggiore benessere, equilibrio e creatività, che sono presupposti indispensabili per lavorare bene e per integrare meglio lavoro e dimensione esistenziale, facendo in modo che l'uno e l'altro tendano a sovrapporsi. Sento una grande responsabilità nell'usare nuovi strumenti molto delicati, ma mi sento anche disponibile a utilizzare i mezzi che ho a disposizione a favore di queste persone, non solo perché apprendano nozioni e linguaggi nuovi, ma anche perché vi possa essere per loro la possibilità di un accrescimento complessivo, magari sanando disagi, difficoltà, rabbie e frustrazioni. Sento il piacere, la gratificazione, e l'arricchimento personale che mi derivano da questo prendersi cura, e spero di potere essere all'altezza degli obiettivi che mi sono data, sorprendendomi per prima nello scoprire lati di me che solo in nuovi compiti e nuove relazioni possono uscire allo scoperto o crearsi e prendere forma. Provo stupore, commozione, e compartecipazione per le vite altrui.

Anche da stranieri, vi è un modo di abitare saldamente il mondo, che è quello poetico suggerito da Heidegger. Essere profondamente addentro alle cose, e in questo investimento, essere capaci di comprendere quello che vi è al di fuori di noi, facendo vuoto di ciò che noi siamo per accogliere gli altri. La sensibilità, l'affectus e l'immaginazione possono portarci a sentirci appaesati anche in condizioni di sradicamento, pure se le cose non sono mai facili.

E credo che queste qualità siano molto presenti e favorite dalla comunicazione in rete. Da qui ho appreso veramente tanto, e credo di essere uscita sicuramente trasformata da questo percorso iniziato oramai un anno e mezzo fa.

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lunedì, 02 giugno 2008

Bando alle tristezze dell'attualità. ché se vi si dovesse badare non si finirebbe più, e torniamo alla vita che scorre comunque e nonostante e costituisce il nostro spazio creativo, di azione e mutamento. Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop di psico-corporeità. Si tratta, in breve, di apprendere da una parte modi di sentire attraverso il corpo, dall'altra, grazie all'uso del corpo, di comprendere meglio il senso della relazione tra sé e gli altri. e di comprendere anche meglio se stessi, attraverso i modi di comunicare e l'energia che spandiamo intorno a noi e mettiamo in circolo.

matisse

Devo confessare che, come credo molti, questo tipo di esperienze mi spaventano, perché si tratta di lasciarsi andare rompendo schemi di comunicazione con gli altri, ma anche di gestione di se stessi, che sono profondamente in-corporati e attraverso i quali noi ci auto-controlliamo e ci difendiamo obbedendo a una serie di regole di ordine sociale, e che con il limitare la nostra capacità di agire inibiscono e depotenziano anche il nostro sentire, il nostro affidarci all'altro. Per me che sono stata a lungo una logo-centrica, la scoperta della comunicazione che passa attraverso il corpo e la comprensione dei sentimenti degli altri, che fa appello all'integrazione di tutti i nostri sensi, il cui insieme da più della loro semplice somma per attingere a un sentire profondo, è stata una rivelazione. Ora capisco gli altri molto di più attraverso piccoli, minuti gesti ed espressioni, e questo risolve problemi e contraddizioni comunicative a livello più formale, mi porta a comprendere gli altri al di là della facciata, delle difese, delle regole.

Un esercizio consisteva nell'essere bendati e nel farsi condurre per mano da un collega nella palestra dell'esercitazione. Poi ancora nel lasciarsi guidare solo attraverso il contatto della punta delle dita, e infine lasciando la mano, solo con dei segnali sonori. Una mano è un mondo, attraverso il quale noi possiamo imparare, in maniera im-mediata, a fidarci dell'altro, a lasciarci andare alla sua guida. Si trattava di una persona che non conoscevo bene, e i cui discorsi avevo comunque avuto modo di apprezzare per la loro profondità nei confronti dei compiti di cura che uno psicoterapeuta si dà verso gli altri. E ho scoperto che il contatto di una mano può, più di mille discorsi, costituire un atto di affidamento iniziale, di conoscenza così profonda del nucleo dell'altro, dopo la quale ogni altra comunicazione sarà più facile. Anche apprendere a guidare l'altro, bendato, ti fa sentire tutta la responsabilità della presa in carico di una persona, il doverla condurrea aiutandola a schivare gli ostacoli, a non farsi male, l'attenzione minuziosa.

Poi è arrivato il momento del gioco libero. Facile a dirsi. Là bisogna lasciare veramente ogni regola e inibizione. Ho visto colleghi del quarto anno lasciarsi andare a giochi di contorsione, avvolgendosi nei teli e facendosi toccare, lasciandosi trasportare per la stanza, ammucchiandosi l'un l'altro e facendosi sfiorare dalle carezze dei foulard di altri, danzando.

Ad un certo punto abbiamo formato un cerchio che ha scatenato una fortissima ondata di energia. Abbiamo cominciato a percorrere la palestra come un'onda d'urto andando velocemente e con una notevole forza d'impatto a toccare gli altri che ne erano rimasti fuori. Da una parte è stupefacente vedere quanta energia il corpo possa tirare fuori, e quanto questo possa essere liberatorio. Ma il controcanto di tutto questo è che in realtà proprio il dispiegamento di tutta questa forza può non tener conto dell'altro come limite. Si tratta di esperienze in cui si scopre, in modo immediato e intuitivo, attraverso la coscienza corporea e non i meri concetti, che l'altro è la nostra risorsa e il nostro limite, e che senza quel muro che quando siamo bendati e avanziamo a tentoni rappresenta l'altro, non avremmo limiti ma nemmeno orientamento, e in definitiva, senza confronto, non saremmo nemmeno in grado di conoscere noi stessi. E' solo attraverso l'altro che in definitiva siamo in grado di sentirci, di cooscerci, e di scoprire e creare nuove parti di noi. Ammesso che questo non ci spaventi troppo e ci faccia preferire il ritrarci in note, torpide e sovente tristi e dolenti province del nostro Io.

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mercoledì, 14 maggio 2008
UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA 
Centro Interateneo per la Ricerca Didattica e la Formazione Avanzata di Venezia
   
 GIORNATA DI STUDIO

PENSARE IN RETE
Blog e ricerca universitaria


UNIVERSITA’ DI VENEZIA – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA
 SALA CONFERENZE (piano terra)
 
Sabato 17 maggio 2008
 
Prima parte. Gli esiti di cinque mesi di sperimentazione in rete. Le ipotesi dei blogger, le domande dei docenti.
Ore 9.00- 13.00
 
Moderatore: Umberto Margiotta, Prorettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore del progetto Ibrid@menti 
 
Maria Maddalena Mapelli (madmapelli) Pensare in rete: l’esperienza di Ibridamenti (Ca’ Foscari-Ve) Roberto Lo Jacono, Ibridamenti: storia di un’idea che connette (Splinder) 
Germano Milite (pensierobondo), L’avatar specchio
Dario Carta (evenevil), dall’on all’off per immagini
Pasquale Esposito (eventounico), L’utente anonimo come riflesso della comunità
Daniele Muriano (maledettamente bene), Il riflesso avatar
Emma Ciceri (emmart), La sfida delle mappe: si riparte da tre 

il punto di...
Tiziano Scarpa, La parol/azione. Da scrittore vi dico che...
Andrea Bruni (contenebbia) La Cineblogger Connection
Paolo Melissi (melpunk), La scrittura che connette

pausa 11. 15- 11.30 


Barbara Caputo (barbara34), Connettere, solo connettere. Un'etnografia delle immagini nei blog(Lab/antr/media Bicocca-Mi)
Simona Marchi (MSsenzafiltro), Pratiche di interconnessione e riflessività, (La Sapienza,Roma)
Stefano Ciulla, I Blog e l’identità connessa (Università di Palermo)
Matteo Benussi, Giacomo Pasqualetto (sadlandscape) e il gruppo di studenti di antropologia (Ca’ Foscari-Ve), Il lavoro sul campo nella blogosfera
 
Seconda parte. I saperi alla prova del virtuale. Innovare i modelli di ricerca universitaria. Le ipotesi dei docenti, le domande dei blogger.
Ore 14,00 – 18,00
 
Moderatore: Mario Galzigna (heteronymos), Università Ca’ Foscari di Venezia (Epistemologia)
Telegrammi per immagini su Scritture in rete (Paolo Melissi, melpunk), Ibridaprosa e Ibridapoesia (Marco Saya), Storied@ibrido (Cristina Finazzi, modalogia) 

Daniele La Barbera, L’identità e il virtuale. (Psichiatria, Università di Palermo)
Luciano Benadusi, I saperi esperti, il virtuale e l ’apprendimento sociale (Sociologia, Univ. La Sapienza, Roma)
Paolo Fabbri, Tracce dell’identità. La narrazione di sé e dell’altro (Semiologia, IUAV, Venezia)
Giacomo Festi, Avanti c’è Post! Un invito semiotico all’analisi dei post (Semiologia, IUAV Venezia)
Gianluca Ligi, Dalla connessione all'ibridamento: aspetti antropologici della relazionalità (Antropologia sociale, Ca' Foscari-Ve)
Pietro Barbetta, Ibridamenti: una “struttura che connette” ? (Psicologia dinamica, Univ. di Bergamo)
 
Conclusioni
 
Umberto Margiotta (Università Ca’ Foscari di Venezia)
 
·         Università Cà Foscari di Venezia - Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione
·         Università Ca’ Foscari di Venezia - Dipartimento di Studi Storici
 
In collaborazione con:
 
-          LISaV (Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia)
-          Dipartimento di Neuroscienze cliniche, Sezione di Psichiatria, Università di Palermo
-          Facoltà di Sociologia, Università La Sapienza, Roma
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categoria:luoghi, annunci, incontri, metabloggando, partenze, connessioni, ibrid@menti, sensiblog, bouffe
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martedì, 06 maggio 2008

Non trovo metafora più nobile, per descrivere il mio muoversi da Milano per Roma e Napoli, di quella di un PacMan (lo ricordate?) che si muove (tutto sommato con una certa placida voracità nonchalante), per cercare di mangiare quanto più palline possibile gli si presentano sul suo cammino.

Ecco, quelle palline sono i miei incontri. Ce ne sono stati tanti, con vecchi amici di vent'anni ormai, amici pluriennali, vecchie e nuove conoscenze e persone che ho conosciuto tramite la rete.

A Roma con Farouche e Alfred, in una pasticceria del Testaccio, a parlare di tante cose, poesia musica letteratura mostre altri bloggers, che il tempo è scorso tanto velocemente e il tramonto ha mutato rapidamente il paesaggio intorno a noi. A Napoli con Aitan, Zaritmac e Biancanera (io non la conoscevo, lei mi dice "ma tu sei al-diwan" ed essere identificata con il blog mi fa uno stranissimo effetto), prima sotto le fronde di Piazza Bellini e poi alla Pignasecca davanti a quell'alimento identitario principe che è il palo totemico di napoletani stanziali e non, e mi ritrovo a casa nel modo di parlare, in suoni a me cari e oramai rari, in modalità di conoscenza e messa in relazione che sono e saranno sempre per me uno dei modi  più piacevoli di abitare il mondo, e dei quali non finirò mai di sentire nostalgia, se non negli attutimenti di altre abitudini. Infine, un invito per una tazzulella di caffé da Dido, a conoscere la piccola Greta, a parlare di una libertà del mondo dei blog che non vuole essere irregimentata. Io ho portato un angelo di legno a Greta, e Dido mi ha regalato una foto panoramica di Napoli, di quelle a 220 gradi circa, con tutti i tre castelli, presa dal fronte mare.

Tutti questi incontri mi hanno permesso di vagare, spaziare tra il mio io presente, passato e in divenire, di unire vari momenti temporali, racconti, parti della mia personalità, ritrovando un senso di unità ultimamente troppo schiacciata sul presente e su ansie del futuro, in alcuni casi recuperando pezzi di radici poco irrigate nel corso di convulsi mesi di lavoro, in cui ti aggrappi alla tua identità lavorativa come se fosse l'unica possibile, come se le altre parti di te fossero senza colore e senza valore. E perdi un po' il valore del primato della relazione, la possibilità di godere il tempo senza avvertirne lo scorrere. Ho ritrovato suoni che mi sono cari, modalità di comunicazione nelle quali mi trovo come un pesce nell'acqua, ritmi e luoghi che amo e che custodiscono una parte di me altrimenti difficilmente esprimibile. Ho provato il piacere di parlare di nuovo napoletano fuori dalle mura domestiche. Ho ritrovato luoghi che aderiscono al mio corpo e dai quali separarsi è un lacerazione, il trauma di un parto. Ho incollato quel pezzo di me che pencolava un po', e ho di nuovo paura che qui, dove c'è un'altra me stessa, si perda di nuovo. Ma ne ho aggiunti altri, di nuovi, di pezzi. Perché non vi è identità possibile se non nel riflettersi, riscoprendosi,  reinventandosi ogni volta, in quei frammenti di specchio che sono gli altri, in nuove e rinnovate connessioni.

E' questa rete ampia e mobile, che mi consente di sconfinare da un luogo con delle abitudini e delle relazioni che sono mie ma dalle quali ho necessità di uscire, per spezzare l'effetto di naturalezza di giochi sociali.

Mi chiedo se la mia esperienza, il mio stato di dislocazione continua, mi servano almeno in parte a comprendere la fenomenologia di altri soggetti dislocati, contesi da luoghi e identità diversi, tenuti insieme da punti di sutura che uniscono margini di blessures, tagli spesso slabbrati, dolenti, mai del tutto cicatrizzati, cauterizzati, tra lingue, identità, abiti plurali, dissonanti, polifonici, dodecafonici, talvolta silenzi in ricerca di ascolto, urli sommessi, repressi.

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giovedì, 27 marzo 2008

Ho cercato di non usare mai il blog come sfogo di sentimenti personali che non avessero un qualche interesse pubblico. Solo che accade talvolta che tutte le belle parole sull'incontro con l'altro (non voglio eccedere in A maiuscole alterizzanti) si rivelino un bel wishful thinking, viziato da habitus rigidi e radicati, richieste di riconoscimento sentite ed espresse in modo faticoso e affaticante, vecchie ferite, e risentimenti, e stereotipi, che saltano fuori all'improvviso, e Dio solo sa cos'altro. Intoppi tutto sommato ordinari che sembrano diventare ostacoli relazionali insormontabili. E allora ti risvegli dal bel sogno che diventare straniero sia tutt'uno con l'essere con. E che sia così facile poi. Ti ricordi quanto possano essere faticose le negoziazioni di significati. Ti sovviene di quanto tutto questo possa essere una palude in cui ti impantani e non sai bene da dove uscirne. E che poi connettere non è mica "solo" connettere. Che poi è giusto, perchè altrimenti trasformiamo il dialogo e l'incontro e la relazione in una bella favoletta dinseyana, cosa che non è. Le nostre storie personali e collettive possono rivelarsi pesi ingombranti. Ne avverto pesantemente la fatica, l'intenzionalità vacilla, il suo piacere anche. Et combattre le sens de la fatigue, pour quoi faire?

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categoria:moods, connessioni, arabità, spaesamenti, etnodiario
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lunedì, 24 marzo 2008

Niente tavola imbandita da pastiera, casatiello, capocollo, pasta al forno possibilmente in crosta di pastasfoglia, uova sode e di cioccolata. Ho dormito tutto il sabato, troppo stracca persino per andare a comprare il grano per la pastiera (dei cedri canditi non se ne parla perché le accorte oriunde campane qui cominciano ad accaparrarseli da un mese prima).

E cosi è andata la giornata:

ore 11: colazione a base di pancakes e molto sciroppo d'acero, praticamente uno sproposito.

Seguito da rasserenante ascolto di Marin Marais e Languir me fault

ore 13: essendo lo scenario metereologico tristissimo mi sono rigenerata ballando sulle note di classici dance arabi come "A muey a muey" degli 'Aisha Kandisha, "Clotair K" dei Beytouth ecoeurée, un classicone come "Sidi Mansour" remixato e accompagnato da grandi salti (che poi ti danno la soddisfazione di constatare che la palestra a qualcosa serve), ma anche classici classici come lo yemenita "Ana atarajjak ya habibi" (Ti scongiuro amore mio), o "Tadhakkarni, wa law marra" (Ricordami anche una volta sola), "Rahalti" (Te ne sei andata), etc. etc. per un'ora circa.

Poi mi sono messa a bloggare e fare auguri di Pasqua ibrida a tutti i miei contatti di blog che trascuravo da un po' di tempo a causa di invasivi impegni di lavoro. Sì, bloggare, come mi mancava.

Alle 16 circa abbiamo deciso di sbocconcellare delle patate al vapore con salmone affumicato e panna acida.

Alle 18 circa siamo andati al Teatro dal Verme per il festeggiamento del capodanno iraniano, il Newroz, invitati da N., trasformata per l'occasione in perfetta iraniana in tutta la sua hexis corporea, con sciarpa foulard, giacca ampia e lunga e pantaloni classici. Un paio di filmati turistico-celebrativi sulla bellezza dell'Iran e sulla grandezza della sua eredità culturale (personaggi come Ibn Sina o Omar Khayyam), seguiti da una fetiha del Corano salmodiata, immediatamente tallonata da un martellante ritmo dance. Poi si sono succeduti famosi personagi nazionalpopolari, tre clown che hanno organizzato un interminabile zecchinodoro iraniano culminato in una celebrazione  dell'Iran, una band di musica pop. La mia mente ha cominciato a percorrere altri lidi mentre pensavo che, alla faccia delle differenze culturali, per certi versi la postmodernità e una globalizzazione che ha origini non recenti ci rende molto più simili nella massificazione culturale di quanto non crediamo.

Alle 22.30 circa siamo finalmente arrivati alla cena, semplice e raffinata, vari tipi di ottimo riso basmati pilaf conditi con zafferano, fave, carne o altre spezie di cui ricordo solo il nome di una, lo shivid, salmone e della pasta al forno che mi sono ben guardata dal toccare.

E' il caso che cominci a pormi dei seri interrogativi sulla mia identità? Cosa succede quando ci si disancora da forme di ritualità che scandiscono il tempo della nostra vita?

 

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venerdì, 25 gennaio 2008

matasse da dipanareHo deciso: lo scrivo! Sono stata a tormentarmi venti giorni nell'angoscia per la mancanza di idee, poi ho deciso di cominciare a dedicarmici, ho iniziato a raggruppare fili di riflessione sparsi e mi è venuto improvvisamente in mente il bandolo della matassa, sì insomma il fil rouge. Mi sono sbloccata. E poi dico, si può mai rinunciare ad una proposta di pubblicazione  sulle identità mediterranee in mutazione? Mi succede sempre così, devo prima superare gli indugi che durano (a mio avviso) tantissimo. Ma è come se si trattasse di un periodo propedeutico e quasi necessario per mettere in moto le cellule grigie. Succede solo a me o si tratta di un fenomeno cognitivo comune? Pensando a me, mi è venuto da chiedere come voi arrivate a concepire, ad avere la visione aurorale di una forma creativa che poi sviluppate, se sperimentate questo periodo di latenza, di faticosa circolazione di idee slegate, apparentemente inconsistenti o comunque esili, di indecisione, di ansia che poi quasi in modo insiegabile trovano sbocco in una chiarezza di visionee in un proliferare delle connessioni. I vostri pareri saranno graditissimi per sentirmi parte di un insieme umano più vasto, e mi stimola molto l'idea di riflettere in comune su processi cognitivi e creat(t)ivi e su quanto, nella loro diversità, possono avere di simile.

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categoria:eventi, annunci, articoli, decisioni, connessioni
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lunedì, 07 gennaio 2008

Qui nonostante tutto si ricomincia volenti o nolenti a pensare, e quindi. Ricevo volentieri da chiccama e passo il testimone per quanto riguarda i thinking bloggers, i bloggers non solo buoni da gustare ma anche buoni per pensare, o almeno a me così pare. Escluso Melpunk che mi è già stato soffiato dalla concorrenza ne nomino arbitrariamente altri cinque che mi auguro mi faranno la cortesia di essere carini e contribuire a diffondere la catena in the world, oltre che mettere un link al sito inglese che ha originato la proposta e copincollare il logo dell'iniziativa. Altrimenti potrei sostituirli con dei riservisti, mi chiedo? Essi sono stati scelti da me arbitrariamente come ovvio tra tante altre luminose intelligenze perché mi piaceva soprattutto la loro variabilità e multitonalità stilistica in vari ambiti della riflessione umana, e dunque sono (in quanto cogitano), in rigoroso ordine alfabetico e numerico:

1) Aitan

2) Heteronymos

3) Meriggio

4) lefty333boy

5) Yzma

e mi scuso con gli altri che sono comunque a me presenti in spirito, blog, immagini e testo, rinnovando le espressioni della mia sentita stima e affetto ad libitum etc. etc.

thinkingbloggerpf8

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categoria:annunci, metabloggando, connessioni
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mercoledì, 02 gennaio 2008

Records de Nàpols

Cosa resta di Napoli, ora che risiedo di nuovo al centro di un'ovattata giornata padana foriera di neve, avvolta e protetta da silenziosi e rassicuranti spazi domestici che dicono di me?

Resta la visione abbagliante di un Golfo talmente incombente nel suo azzurro da penetrare il corpo e i sensi. E riti, riti che costantemente necessitano di riperimetrare un luogo e rifarlo mio, di ricostituirmi come persona al crocevia tra vecchie e nuove connessioni.

E le passeggiate per il Corso Vittorio Emanuele infinitamente ripercorso nei suoi snodi, e dalle discese e scale ripide e sinuose che non finirò mai di apprendere. Il passaggio dal presepe animato di via Tribunali con i suoi pescivendoli e verdumai e le zingare che entrano a comprare la carne, tra banchi di baccalà, capitoni che guizzano ancora ignari, tini ricolmi di olive e papaccelle, infiniti banchi di dolciumi e cibarie. Babà, mustacciuoli, roccocò, piccole guantiere di struffoli, e ripieni fritti, panini napoletani, arancini, piccole pizze da asporto, di quelle che mangi con la carta scura, piegata in due o in quattro, in equilibrismo per non far colare mozzarella e pomodoro, sentendoti libero perché quando a Milano tra una corsa e l'altra ti mangi una pizza per strada o in metro gli sguardi ti fanno sentire che non sei del tutto al tuo posto. E ancora le discese a Castel dell'Ovo, sotto l'ala dell'imponente mole, tra i bianchi massi del litorale, le salite in funicolare al Vomero, le esplorazioni ad Antignano tra ceramiche di Vietri e porcellane all'ingrosso per rifornirne i paesaggi domestici, e la signora del banco che si ricorda di te che sei di Milano, e nel mentre parla con un femminiello dalle sopracciglia accuratamente depilate, magro, molto asciutto, pochi capelli e un po' scavato, sulla cinquantina.

Troballa

E i riti dell'incontro, vecchi e nuovi. Con gli amici di vent'anni al Gambrinus, il caffé più antico di Napoli, Piazza Plebiscito alle spalle. Il sushi, passione condivisa con Meriggio e Roquentin al Kukai, il ristorante giapponese, insieme ad un vecchio amico che lavora da Avagliano. E poi l'incontro domenicale con Aitan, Dido, Zaritmac, Hanging Rock, Flounder, Wosiris in ritiro temporaneo a Procida da Milano. Alcuni li avevo già incontrati, altri no, ma che importa? Ci si saluta da vecchi amici, perché già ci conosciamo, ed entrano in scena quelle dinamiche da socialità napoletana comode come un vecchio abito tanto amato. Si va a prendere un té a Piazza Bellini, e chi si rifà lo smalto che non era venuto bene, chi parla di vestiti, e poi si chiacchiera del più e del meno, secondo quel che viene in mente, informandosi delle reciproche cose e di come va oggi e andrà domani. Poi si va a vedere una noiosissima mostra su Alma-Tadema al Museo Archeologico, peraltro poco presente, e infine dopo code interminabili e richerche di un posto si approda ad un desco dove si mangia e si continua a parlare e scherzare del più e del meno. Mi è piaciuto quel ritrovarsi senza troppo bisogno di dirsi, quel parlare di cose spicciole e condividere soprattutto il tempo che è proprio di persone che si conoscono, e per le quali la modalità della conoscenza in rete non cambia molto nello stato dei rapporti. Mi sono sentita allo stesso tempo a casa e un po' straniata, mentre la mia parte ormai nordica osservava tutto da un angolo un po' esterno e l'altra si accomodava perfettamente a suo agio nella situazione. Ora tocca alla napoletana straniarsi. Così è, e così sempre sarà. Lo spaesamento e la dislocazione hanno un inizio, non una fine.

( immagini: Records de Nàpols, Troballa (incontro), Joanpere Massana, dal "Libro dell'acqua")

postato da: barbara34 alle ore 10:56 | Permalink | commenti (43)
categoria:memorie, incontri, riti, metabloggando, connessioni, sensiblog
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sabato, 29 dicembre 2007

postato da: barbara34 alle ore 20:45 | Permalink | commenti (19)
categoria:auguri, metabloggando, connessioni, ibrid@menti, sensiblog
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