mercoledì, 14 maggio 2008
UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA 
Centro Interateneo per la Ricerca Didattica e la Formazione Avanzata di Venezia
   
 GIORNATA DI STUDIO

PENSARE IN RETE
Blog e ricerca universitaria


UNIVERSITA’ DI VENEZIA – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA
 SALA CONFERENZE (piano terra)
 
Sabato 17 maggio 2008
 
Prima parte. Gli esiti di cinque mesi di sperimentazione in rete. Le ipotesi dei blogger, le domande dei docenti.
Ore 9.00- 13.00
 
Moderatore: Umberto Margiotta, Prorettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore del progetto Ibrid@menti 
 
Maria Maddalena Mapelli (madmapelli) Pensare in rete: l’esperienza di Ibridamenti (Ca’ Foscari-Ve) Roberto Lo Jacono, Ibridamenti: storia di un’idea che connette (Splinder) 
Germano Milite (pensierobondo), L’avatar specchio
Dario Carta (evenevil), dall’on all’off per immagini
Pasquale Esposito (eventounico), L’utente anonimo come riflesso della comunità
Daniele Muriano (maledettamente bene), Il riflesso avatar
Emma Ciceri (emmart), La sfida delle mappe: si riparte da tre 

il punto di...
Tiziano Scarpa, La parol/azione. Da scrittore vi dico che...
Andrea Bruni (contenebbia) La Cineblogger Connection
Paolo Melissi (melpunk), La scrittura che connette

pausa 11. 15- 11.30 


Barbara Caputo (barbara34), Connettere, solo connettere. Un'etnografia delle immagini nei blog(Lab/antr/media Bicocca-Mi)
Simona Marchi (MSsenzafiltro), Pratiche di interconnessione e riflessività, (La Sapienza,Roma)
Stefano Ciulla, I Blog e l’identità connessa (Università di Palermo)
Matteo Benussi, Giacomo Pasqualetto (sadlandscape) e il gruppo di studenti di antropologia (Ca’ Foscari-Ve), Il lavoro sul campo nella blogosfera
 
Seconda parte. I saperi alla prova del virtuale. Innovare i modelli di ricerca universitaria. Le ipotesi dei docenti, le domande dei blogger.
Ore 14,00 – 18,00
 
Moderatore: Mario Galzigna (heteronymos), Università Ca’ Foscari di Venezia (Epistemologia)
Telegrammi per immagini su Scritture in rete (Paolo Melissi, melpunk), Ibridaprosa e Ibridapoesia (Marco Saya), Storied@ibrido (Cristina Finazzi, modalogia) 

Daniele La Barbera, L’identità e il virtuale. (Psichiatria, Università di Palermo)
Luciano Benadusi, I saperi esperti, il virtuale e l ’apprendimento sociale (Sociologia, Univ. La Sapienza, Roma)
Paolo Fabbri, Tracce dell’identità. La narrazione di sé e dell’altro (Semiologia, IUAV, Venezia)
Giacomo Festi, Avanti c’è Post! Un invito semiotico all’analisi dei post (Semiologia, IUAV Venezia)
Gianluca Ligi, Dalla connessione all'ibridamento: aspetti antropologici della relazionalità (Antropologia sociale, Ca' Foscari-Ve)
Pietro Barbetta, Ibridamenti: una “struttura che connette” ? (Psicologia dinamica, Univ. di Bergamo)
 
Conclusioni
 
Umberto Margiotta (Università Ca’ Foscari di Venezia)
 
·         Università Cà Foscari di Venezia - Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione
·         Università Ca’ Foscari di Venezia - Dipartimento di Studi Storici
 
In collaborazione con:
 
-          LISaV (Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia)
-          Dipartimento di Neuroscienze cliniche, Sezione di Psichiatria, Università di Palermo
-          Facoltà di Sociologia, Università La Sapienza, Roma
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categoria:luoghi, annunci, incontri, metabloggando, partenze, connessioni, ibrid@menti, sensiblog, bouffe
Directory of Education/Research Blogs
lunedì, 24 marzo 2008

Niente tavola imbandita da pastiera, casatiello, capocollo, pasta al forno possibilmente in crosta di pastasfoglia, uova sode e di cioccolata. Ho dormito tutto il sabato, troppo stracca persino per andare a comprare il grano per la pastiera (dei cedri canditi non se ne parla perché le accorte oriunde campane qui cominciano ad accaparrarseli da un mese prima).

E cosi è andata la giornata:

ore 11: colazione a base di pancakes e molto sciroppo d'acero, praticamente uno sproposito.

Seguito da rasserenante ascolto di Marin Marais e Languir me fault

ore 13: essendo lo scenario metereologico tristissimo mi sono rigenerata ballando sulle note di classici dance arabi come "A muey a muey" degli 'Aisha Kandisha, "Clotair K" dei Beytouth ecoeurée, un classicone come "Sidi Mansour" remixato e accompagnato da grandi salti (che poi ti danno la soddisfazione di constatare che la palestra a qualcosa serve), ma anche classici classici come lo yemenita "Ana atarajjak ya habibi" (Ti scongiuro amore mio), o "Tadhakkarni, wa law marra" (Ricordami anche una volta sola), "Rahalti" (Te ne sei andata), etc. etc. per un'ora circa.

Poi mi sono messa a bloggare e fare auguri di Pasqua ibrida a tutti i miei contatti di blog che trascuravo da un po' di tempo a causa di invasivi impegni di lavoro. Sì, bloggare, come mi mancava.

Alle 16 circa abbiamo deciso di sbocconcellare delle patate al vapore con salmone affumicato e panna acida.

Alle 18 circa siamo andati al Teatro dal Verme per il festeggiamento del capodanno iraniano, il Newroz, invitati da N., trasformata per l'occasione in perfetta iraniana in tutta la sua hexis corporea, con sciarpa foulard, giacca ampia e lunga e pantaloni classici. Un paio di filmati turistico-celebrativi sulla bellezza dell'Iran e sulla grandezza della sua eredità culturale (personaggi come Ibn Sina o Omar Khayyam), seguiti da una fetiha del Corano salmodiata, immediatamente tallonata da un martellante ritmo dance. Poi si sono succeduti famosi personagi nazionalpopolari, tre clown che hanno organizzato un interminabile zecchinodoro iraniano culminato in una celebrazione  dell'Iran, una band di musica pop. La mia mente ha cominciato a percorrere altri lidi mentre pensavo che, alla faccia delle differenze culturali, per certi versi la postmodernità e una globalizzazione che ha origini non recenti ci rende molto più simili nella massificazione culturale di quanto non crediamo.

Alle 22.30 circa siamo finalmente arrivati alla cena, semplice e raffinata, vari tipi di ottimo riso basmati pilaf conditi con zafferano, fave, carne o altre spezie di cui ricordo solo il nome di una, lo shivid, salmone e della pasta al forno che mi sono ben guardata dal toccare.

E' il caso che cominci a pormi dei seri interrogativi sulla mia identità? Cosa succede quando ci si disancora da forme di ritualità che scandiscono il tempo della nostra vita?

 

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domenica, 20 gennaio 2008
L'erranza

"Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
lo lancio alla follia
ho occhi d'erba e fiamme
ho occhi, stendardi e immigranti"

Errante, lancio il volto al pulviscolo e al mattino
nato al termine di un cammino grido:
(gridano con me la polvere e il cammino)

"Dio, bello è l'errare dove il volto mi conduce:
in un'erranza fiammeggiante debordo
O tomba, la mia fine è della primavera al bordo"

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Questa poesia del siriano Adonis, che ha vinto il premio lettura al Grinzane Cavour e la cui intervista trovate qui, è tratta dai giovanili "Canti di Mihyar il damasceno", che ho nell'antologia Nella pietra e nel vento di Mesogea, magnificamente tradotta da Fawzi al-Delmi, e con testo originale in arabo. Nella pregevole introduzione Francesca Corrao delinea la biografia del poeta, ripercorrendo i passi di un movimento modernista che negli anni Sessanta e Settanta decide di rompere con i canoni tradizionali (ma il movimento aveva avuto avvio già negli anni Venti). Adonis fa confluire  la sua formazione mistico-religiosa (la sua tesi di dottorato è sul mistico al-Hallaj) con l'influenza delle mitologie mediterranee, assumendo il nome di un dio fenicio, e di poeti occidentali come Rimbaud, Yeats, Eliot, per la loro capacità di descrivere l'invisibile. 
L'intervista però non mi è particolarmente piaciuta, Adonis per i miei gusti ha profferito svariate banalità. Se è bello quel suo credere nel profondo valore rinnovatore individuale e sociale della poesia, trovo allora banale l'attribuirne la diffusione a pochi lettori eletti, il voler dire che i lettori europei sono meglio degli arabi, quando la poesia appresa a memoria fa spesso parte di un patrimonio culturale ampiamente distribuito, avendo visto con i miei occhi persone che declamavano versi di Abu Nawas o altri. Anche l'attribuzione dell'integralismo alle radici monoteistiche delle religioni l'ho trovato qualunquista (in un'occasione in cui poi si era parlato di conflitti tra indù e musulmani) , così come il suo dichiararsi areligioso appiattisce le sue letture, più in linea con il suo profondo retaggio islamico (non solo in senso religioso ma culturale), di un Corano come testo aperto e adatto a essere interpretato in accordo con i tempi, contenute in saggi come "Oceano nero" e "La musica della balena azzurra" editi da Guanda. (foto cortesemente scattata da melpunk che in quell'occasione interpretava la parte di un giornalista)

il décor del Cambio
Sono rimasta un po' delusa, ma molto di più dalla bouffe che il primo giorno era da depressione. Pasta fresca che avrebbe potuto avere un sapore se non fosse stata annegata in un tristissimo contorno di piselli e carote di sapore scatolettiano, seguite da un persico piangente proveniente diritto diritto da un banco del ghiaccio di supermercato, su un letto di carciofini lessi abattuti. La cena in un hotel era in tono. Tristissime tartine anniottantesche (uova di pesce, salame e banalità simili) seguite da uno scottissimo e brodoso risotto, e una banalissima pannacotta di cui si salvava solo il coulis di frutti di bosco. Il pranzo del Ristorante del Cambio è stato culturalmente molto imbarazzante. Ma come si fa, dico, a concepire un menu con un antipasto di vitello tonnato (rimpiango peraltro il classico cardo all'acciughetta) e un secondo di stinco di vitellone per degli ospiti INDIANI la cui maggioranza musulmani esclusi non mangia mucca? La qualità era peraltro eccellente (la carne si scioglieva sul palato), così come sublime il risotto mantecato al barolo, perfette persino le carote e le patatine novelle, un tripudio il dessert di creme brulée allo zafferano, accompagnato da triangolini di semifreddo all'arancia e guarnito da una diafana fettina di agrume candito. Perfette persino le mandole e nocciole tostate dell'aperitivo. La sera non so cosa riservasse il Ristorante Letterario. Disfatta dalla stanchezza ho optato per la libertà, abbiamo sfidato il muro delle prenotazioni del Quadrilatero e serendipicamente ci siamo imbattuti in un ristorantino "micamale" (si chiama proprio così) dove ci siamo serviti di bagnacauda, gnocchetti di ricotta alle capesante, bigoli al ragù di anatra al profumo di arancia. Sazi, abbiamo rinunciato a squisitezze dolciarie come spuma di riso alla cannella e fonduta al cioccolato. Ora mi aspetta il classico souvenir grinzanesco di mezzo chilo di cioccolata.
il vitello tonnato del cambio086
postato da: barbara34 alle ore 19:00 | Permalink | commenti (25)
categoria:poesia, torino, riti, bouffe
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