Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.
Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.
Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.
Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?
Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa.
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anch'io adotto il caviotto!
In attesa del mio ritorno che probabilmente avverrà in forma di piccola cronaca mantovana dal Festivaletteratura, linko qui un
Ho intervistato un paio di giorni fa il poeta scozzese naturalizzato francese Kenneth White, di cui, confesso, sapevo poco. E ne sono stata molto contenta. Perché White ha fatto della sua vita un'opera geopoetica, dedicandola ad approfondire lo spirito del luogo, dei luoghi. Da vent'anni vive sulla costa bretone, dove scrive, legge, guarda le nuvole, fa lunghe passeggiate, tutto parte del suo "lavoro", un lavoro culturale impregnato di spirito. E' un grande camminatore, che ha persorso il Giappone da Tokyo fino all'estrema punta delle sua isola stettentrionale. Viaggia partendo da città, incontrando persone e culture, giungendo infine a contemplare il vuoto, come si potrà volendo leggere
Ho deciso: lo scrivo! Sono stata a tormentarmi venti giorni nell'angoscia per la mancanza di idee, poi ho deciso di cominciare a dedicarmici, ho iniziato a raggruppare fili di riflessione sparsi e mi è venuto improvvisamente in mente il bandolo della matassa, sì insomma il fil rouge. Mi sono sbloccata. E poi dico, si può mai rinunciare ad una proposta di pubblicazione sulle identità mediterranee in mutazione? Mi succede sempre così, devo prima superare gli indugi che durano (a mio avviso) tantissimo. Ma è come se si trattasse di un periodo propedeutico e quasi necessario per mettere in moto le cellule grigie. Succede solo a me o si tratta di un fenomeno cognitivo comune? Pensando a me, mi è venuto da chiedere come voi arrivate a concepire, ad avere la visione aurorale di una forma creativa che poi sviluppate, se sperimentate questo periodo di latenza, di faticosa circolazione di idee slegate, apparentemente inconsistenti o comunque esili, di indecisione, di ansia che poi quasi in modo insiegabile trovano sbocco in una chiarezza di visionee in un proliferare delle connessioni. I vostri pareri saranno graditissimi per sentirmi parte di un insieme umano più vasto, e mi stimola molto l'idea di riflettere in comune su processi cognitivi e creat(t)ivi e su quanto, nella loro diversità, possono avere di simile.