A volte vivo vite parallele. Mi capita, di questi giorni, di pensarmi sovente in Tunisia. Ma non sono pensieri di ordine concettuale no. Sono sentimenti, stati del corpo, ricordi sensoriali. Mi vedo per l'avenue Bourguiba, mi immagino seduta con Sonia o Yamina a bere un caffè, raccontandoci i nostri problemi, i nostri progetti, i passati, i patemi, ridendo di nulla, rendendo la giornata lieta con poco.
Ricordo passeggiate in solitudine, la domenica, per andare a fare la spesa da Champion, a Lafayette, e risalite per Place de la République, traversare il grosso binario della metropolitana di superfiicie numero quattro, quella che porta verso Bab el Khadra, la Porta Verde, capolinea di bus che vanno in periferie desolate. Mi vedo a comprare olio, baguette, yoghurt, petit suisse, barrette di cereali spagnoli, piccoli pacchetti di zuppa thailandese alla citronella, anche quella, bottiglie di acqua Fourat, formaggini, e ritornare verso casa con i sacchetti, le suole sentono l'asfalto, l'aria tiepida della sera mi carezza. Casa, ultimamente la Maison Diocésaine. O andare dal pizzicagnolo all'angolo, comprare con immenso piacere due, tre cose, il piacere dell'essenzialità. E i panni appesi nel terrazzo della Maison, e le chiacchierate e le cene improvvisate con Odette, ex suora congolese, che è andata a fare un corso di cooperazione a Parigi due anni fa e ci siamo perse di vista e forse le vorrei scrivere, ma intanto, quanto affetto è scorso in due tre viaggi, e le tiepide domeniche al mercato a cercare la frutta e la verdura più convenienti, a cucinare e condividere i piatti, e le passeggiate alla fripe a rovistare tra montagne di vestiti usati. Una solitudine così piena, così cicaleggiante, che abitarla è ancora bello. Una solitudine solida, fatta di ricordi come roccia, a cui ancorarsi nei momenti vacillanti come in quelli luminosi. Sì, lo si può abitare, il tempo. A volte immagino di aver continuato a vivere lì, e che magari ho ancora a che fare con quelle persone scisse, lacerate tra Oriente e Occidente, desiderose di beni, contese da una vita frugale e il reclamo dei figli per un paio di Nike, il desiderio della dignità, il silenzio, i vestiti decorosi, il brulichio sommesso e inavvertito. Sogno sforzi difficili di rapporti con persone immerse in una situazione difficile, tentare inqualche modo di aiutarli, cosa non difficile visto il dislivello. Penso a Loredana, ad Armando, a Saro che hanno scelto di vivere lì, e da quanto tempo che non li vedo. E Latifa che mi ospitava, che voleva successo per i suoi figli nella vita, là nell'ex dispensario delle suore, di fronte al cimitero, a lato di un vecchio fare e di un antico santuario con ancora la tomba in soggiorno, coperta dall'incerata e con gli occhiali da sole posati sopra. Il figlio in Egitto, e Makram sarà emigrato? E Salma, fisico da modella, magra e provocante, si sarà sposata bene? Avrà trovato un onesto lavoro? E Habib, il pacifico e un po' iracondo Habib, continua a tessere al telaio la sera, nel suo angolo donatogli dal figlio dell'ultimo Pasha che ora fa il sarto in una villa enorme e cadente? Si accende la brace e mangia il pesce con gli amici, Habib che sapeva centellinarsi un buon bicchiere di vino bianco? E Kamel l'algerino, uno dei primi che mi hanno ospitato, che sono stata dura nel non perdonare per un affare di mediazione in cui non si è fatto scrupoli di guadagnare molto soldi. Kamel, che lavorava nella bottega di Hejar Bourguiba, nella quale fui attratta da una musica di Paolo Conte. Kamel, il primo che mi introdusse alle leggende orali di Sidi bou Said, lui straniero fuggito dal paese per paura. E che si illuse che un professore italiano avrebbe potuto far sì che lui ricominciasse a occuparsi di patrimonio culturale? Quanti anni avrà la loro bambina, e mi ricordo dell'aborto, quando portai dei fiori, silenziosamente, alla sua silenziosa moglie. E Lotfi, tormentato dal diabete che gli ha mangiato una gamba, fortuna che ora ha la protesi, Lotfi che ha conosciuto Michel Foucault in vacanza, e vive un po' al cimitero un po' alla zawiya, e al café des Nattes gli offrono il té, come starà ora? Vorrei tanto poterlo salutare ancora, Passo un attimo, da un luogo all'altro ci vuole poco, li guardo, mi guardo, poi scivolo via, in silenzio. E ancora ce ne sarebbero. Ma gli altri, un po' più lontani, li andrò a trovare un'altra volta. Ora è sera.