martedì, 02 settembre 2008

al-neimiIn attesa del mio ritorno che probabilmente avverrà in forma di piccola cronaca mantovana dal Festivaletteratura, linko qui un articolo che ho pubblicato qualche giorno fa su un romanzo più o meno erotico di una scrittrice araba, arcitradotto solo perché  scritto da una scrittrice araba, che parla di sesso libero ma in modo molto meno interessante di quanto non farebbe Michel Houellebecq, ed è stato, abbastanza prevedibilmente, proibito nei paesi arabi della Penisola, ma ha un minimo di interesse perché cita alcuni autori erotici arabi altrimenti ignoti ai più. A questo punto il consiglio è di passare direttamente alle fonti, la più nota delle quali è Muhammad an-Nafzawi, autore de "Il giardino profumato" (SE).

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A proposito, il primo settembre è iniziato il Ramadan. Per il dolce, bisogna aspettare la sera....

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I am on Facebook, now, with my true name (I know, it's not nice to mix up the sacred and the profane...)

postato da: barbara34 alle ore 20:49 | Permalink | commenti (15)
categoria:libri, letteratura, articoli, arabità
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lunedì, 30 giugno 2008

Vado al Town Hall, albergo dalle prestazioni lussuose ai limiti dell'inimmaginabile, situato in un palazzo dalle architetture nemmeno troppo appariscenti che affaccia sulla Galleria del Duomo di Milano, per intervistare Richard Ford, di cui è uscito il nuovo libro "Lo stato delle cose" per Feltrinelli. C'è ancora per la terza volta il personaggio Frank Bascombe, agente immobiliare esistenzialista che raccontando la superficie in modo fittissimo riesce ad arrivare al fondo delle cose, appunto.

Ma qui al Town Hall cosa c'è, la superficie o la sostanza? Ogni volta che vengo in questo posto scattano in me istinti anarcoidi. Quale cifra si paga, mi chiedo, per usufruire di questo ligio ascensorista straniero vestito da pinguino, che ti blocca l'entrata e poi devi avere un codice per far salire l'ascensore, che ti immette in un'androne asfittico e in un corridoio claustrofobico. Il lusso non sta tanto nelle architetture o nelle pur bellissime stanze, ma nell'avere un servo pinguinato a disposizione per 24 ore a lustrarti le scarpe, farti la valigia impilando i tuoi vestiti in delicata carta velina, comprarti un'aragosta alle 3 di notte. Le frontiere del lusso contemporaneo si concretano in un ritorno  rivisitato al dominio su altre persone, alle nuove forme capitaliste della servitù.

Tutti vestiti bene, come al solito, in queste occasioni, in un ambiente talmente pulito, asettico e raggelante, talmente superficie, da procurarti un attimo di levigata sospensione, farti pensare per qualche breve minuto che la morte non esiste, che tutto è facile e scorrevole, che nessuno lì fuori soffre, che non ci sono senzatetto costretti a riposare nei dormitori, vittime della tratta, rifugiati in cerca di asilo, traumi, dolori, fatiche immani di vivere, cose che da qui sembrano lontane anni luce.

Ci pensa Richard Ford a riportare un po' di vita in questa morte, parlando del confronto con la morte come qualcosa di naturale che l'Occidente rimuove. Delle colpe dell'Occidente nel portare ovunque la morte. Mostra con ironia e un impalpabile sorriso i suoi spessi calzini verdi poco in sintonia con la stagione torrida. Ha occhi azzurri e sottili, proprio gli occhi che deve avere uno che registra ogni minuto dettaglio di quel che si trova intorno a lui.

Tra le cose più belle che dice quest'uomo di grande intelligenza e capacità di compenetrazione della realtà è che l'obiettivo ultimo degli uomini è essere vicini ad altre persone, ed è difficile. E ancora che compito della letteratura è rinnovare la vita delle persone. Alcuni psicoanalisti consigliano i suoi libri in lettura ai loro pazienti.

Penso ad alcune vicende ad alto tasso di conflittualità che mi sono capitate in questi giorni, a dialoghi e incontri mancati, alla rabbia che fa venir voglia di distruggere tutto, di denigrare le persone, al timore dell'altro che innesca reazioni di aggressione e fuga, a come è facile respingere le persone, difendersi, reagire al rifiuto, alla paura della differenza o alla differenza tout court, rinserrandosi nelle proprie categorie, e mi chiedo, cosa può veramente liberarci dalla diffidenza, dalla paura del'Altro, dalle ferite che da questo ci lasciamo infliggere (perché sono le nostre vulnerabilità a operare) o gli infliggiamo? A volte essere vicini agli altri diviene un'occasione mancata, un solco, che più lo scaviamo e più aumenta le distanze. Perdiamo le inimmaginabili libertà dello sconfinare, ci rinserriamo nella sicurezza del già noto, e forse questa non è anche una forma di morte, nella sua possibilità di rinnovamento mancata? E poi chissà, se si tratta di occasioni perdute o ne impariamo qualcosa.

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giovedì, 27 marzo 2008

Ho cercato di non usare mai il blog come sfogo di sentimenti personali che non avessero un qualche interesse pubblico. Solo che accade talvolta che tutte le belle parole sull'incontro con l'altro (non voglio eccedere in A maiuscole alterizzanti) si rivelino un bel wishful thinking, viziato da habitus rigidi e radicati, richieste di riconoscimento sentite ed espresse in modo faticoso e affaticante, vecchie ferite, e risentimenti, e stereotipi, che saltano fuori all'improvviso, e Dio solo sa cos'altro. Intoppi tutto sommato ordinari che sembrano diventare ostacoli relazionali insormontabili. E allora ti risvegli dal bel sogno che diventare straniero sia tutt'uno con l'essere con. E che sia così facile poi. Ti ricordi quanto possano essere faticose le negoziazioni di significati. Ti sovviene di quanto tutto questo possa essere una palude in cui ti impantani e non sai bene da dove uscirne. E che poi connettere non è mica "solo" connettere. Che poi è giusto, perchè altrimenti trasformiamo il dialogo e l'incontro e la relazione in una bella favoletta dinseyana, cosa che non è. Le nostre storie personali e collettive possono rivelarsi pesi ingombranti. Ne avverto pesantemente la fatica, l'intenzionalità vacilla, il suo piacere anche. Et combattre le sens de la fatigue, pour quoi faire?

postato da: barbara34 alle ore 14:25 | Permalink | commenti (67)
categoria:moods, connessioni, arabità, spaesamenti, etnodiario
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giovedì, 06 dicembre 2007
A volte vivo vite parallele. Mi capita, di questi giorni, di pensarmi sovente in Tunisia. Ma non sono pensieri di ordine concettuale no. Sono sentimenti, stati del corpo, ricordi sensoriali. Mi vedo per l'avenue Bourguiba, mi immagino seduta con Sonia o Yamina a bere un caffè, raccontandoci i nostri problemi, i  nostri progetti, i passati, i patemi, ridendo di nulla, rendendo la giornata lieta con poco.
Ricordo passeggiate in solitudine, la domenica, per andare a fare la spesa da Champion, a Lafayette, e risalite per Place de la République, traversare il grosso binario della metropolitana di superfiicie numero quattro, quella che porta verso Bab el Khadra, la Porta Verde, capolinea di bus che vanno in periferie desolate. Mi vedo a comprare olio, baguette, yoghurt, petit suisse, barrette di cereali spagnoli, piccoli pacchetti di zuppa thailandese alla citronella, anche quella, bottiglie di acqua Fourat, formaggini, e ritornare verso casa con i sacchetti, le suole sentono l'asfalto, l'aria tiepida della sera mi carezza. Casa, ultimamente la Maison Diocésaine. O andare dal pizzicagnolo all'angolo, comprare con immenso piacere due, tre cose, il piacere dell'essenzialità. E i panni appesi nel terrazzo della Maison, e le chiacchierate e le cene improvvisate con Odette, ex suora congolese, che è andata a fare un corso di cooperazione a Parigi due anni fa e ci siamo perse di vista e forse le vorrei scrivere, ma intanto, quanto affetto è scorso in due tre viaggi, e le tiepide domeniche al mercato a cercare la frutta e la verdura più convenienti, a cucinare e condividere i piatti, e le passeggiate alla fripe a rovistare tra montagne di vestiti usati. Una solitudine così piena, così cicaleggiante, che abitarla è ancora bello. Una solitudine solida, fatta di ricordi come roccia, a cui ancorarsi nei momenti vacillanti come in quelli luminosi. Sì, lo si può abitare, il tempo. A volte immagino di aver continuato a vivere lì, e che magari ho ancora a che fare con quelle persone scisse, lacerate tra Oriente e Occidente, desiderose di beni, contese da una vita frugale e il reclamo dei figli per un paio di Nike, il desiderio della dignità, il silenzio, i vestiti decorosi, il brulichio sommesso e inavvertito. Sogno sforzi difficili di rapporti con persone immerse in una situazione difficile, tentare inqualche modo di aiutarli, cosa non difficile visto il dislivello. Penso a Loredana, ad Armando, a Saro che hanno scelto di vivere lì, e da quanto tempo che non li vedo. E Latifa che mi ospitava, che voleva successo per i suoi figli nella vita, là nell'ex dispensario delle suore, di fronte al cimitero, a lato di un vecchio fare e di un antico santuario con ancora la tomba in soggiorno, coperta dall'incerata e con gli occhiali da sole posati sopra. Il figlio in Egitto,  e Makram sarà emigrato? E Salma, fisico da modella, magra e provocante, si sarà sposata bene? Avrà trovato un onesto lavoro? E Habib, il pacifico e un po' iracondo Habib, continua a tessere al telaio la sera, nel suo angolo donatogli dal figlio dell'ultimo Pasha che ora fa il sarto in una villa enorme e cadente? Si accende la brace e mangia il pesce con gli amici, Habib che sapeva centellinarsi un buon bicchiere di vino bianco? E Kamel l'algerino, uno dei primi che mi hanno ospitato, che sono stata dura nel non perdonare per un affare di mediazione in cui non si è fatto scrupoli di guadagnare molto soldi. Kamel, che lavorava nella bottega di Hejar Bourguiba, nella quale fui attratta da una musica di Paolo Conte. Kamel, il primo che mi introdusse alle leggende orali di Sidi bou Said, lui straniero fuggito dal paese per paura. E che si illuse che un professore italiano avrebbe potuto far sì che lui ricominciasse a occuparsi di patrimonio culturale? Quanti anni avrà la loro bambina, e mi ricordo dell'aborto, quando portai dei fiori, silenziosamente, alla sua silenziosa moglie. E Lotfi, tormentato dal diabete che gli ha mangiato una gamba, fortuna che ora ha la protesi, Lotfi che ha conosciuto Michel Foucault in vacanza, e vive un po' al cimitero un po' alla zawiya, e al café des Nattes gli offrono il té, come starà ora? Vorrei tanto poterlo salutare ancora, Passo un attimo, da un luogo all'altro ci vuole poco, li guardo, mi guardo, poi scivolo via, in silenzio.  E ancora ce ne sarebbero. Ma gli altri, un po' più lontani, li andrò a trovare un'altra volta. Ora è sera.

postato da: barbara34 alle ore 20:39 | Permalink | commenti (61)
categoria:memorie, arabità
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domenica, 02 dicembre 2007
olio palestineseQuest'olio palestinese costa dieci euro al litro, è uno dei più buoni che abbia mai assaggiato, e lo si può trovare e ordinare ai recapiti indicati nel sacchetto. Qello che resta dell'olio, perché per tirare su il muro quelle povere vittime degli israeliani hanno sradicato più di centomila ulivi secolari, patrimonializzati, e il resto rischia di morire per penuria idrica, sempre grazie al muro. Chi saranno mai le bestie che meritano un simile trattamento? Quante volte abbiamo sentito disumanizzare il nemico come preludio all'annientamento? E il milione di cedri distrutti?
Decido, tra le ricette lasciate inespresse, di preparare una salsa di pinoli per un pesce persico. Si mette insieme una tazza di brodo, che io ho preferito vegetale, un mazzetto di prezzemolo, un etto di pinoli, una testa d'aglio, una fetta di pane integrale che si fanno  frullare .
Il pesce lo si può rosolare o ricoprire con del burro in cui siano state fatte ammorbidire delle scaglie di buccia di limone. Il risultato è delicatissimo.
(musica: Beyrouth ecoeurée)
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categoria:musica araba, faire la cuisine, arabità
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giovedì, 29 novembre 2007
Ricorre oggi l'anniversario dei sessant'anni dalla Naqba, la "catastrofe" palestinese, la cacciata dai territori nei quali vivevano fino a quel momento. Oggi a Milano, alla Camera del Lavoro in corso di Porta Vittoria 43, vi sarà una lunga conferenza che inizia alle 17 e termina inun buffet palestinese alle 20.45, con l'intervento di numerosi personaggi. Io ci andrò con la mia amica grecopalestinese H. e con Eri Garuti, giornalista che si è occupata a lungo di mondo arabo e fa parte di "Un ponte per".
Naturalmente mi riservo di prendere qualche nota. Nel frattempo metto qui i link di Ism Italia e dell'Ism, l'International solidarity Movement palestinese. E per riscaldare l'atmosfera, vi invito a lasciarvi trancinare (cioé mettere in trance) da A Muey A Muey (Madre o Madre) degli  'Aisha Kandisha, che è una potente  jinna incantatrice, per solidarietà, mentre si svolge la conferenza. Graditi commenti sensoriali alla musica grazie, perché questo come sapete è un sensiblog.

postato da: barbara34 alle ore 10:58 | Permalink | commenti (55)
categoria:annunci, musica araba, sensiblog, arabità
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