sabato, 18 ottobre 2008

E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.

Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.

Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.

Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.

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venerdì, 12 settembre 2008

Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.

Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.

Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.

Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?

Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa. 

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domenica, 20 luglio 2008

Grazie a Berlusconi, Napoli liberata dalla spazzatura torna in Occidente. L'uomo aveva fatto un'operazione troppo efficiente, alla quale poi ha impresso il suo marchio di parlatore maldestro, infelice e gaffeur, scopertamente evoluzionista.

Qual'è il contraltare di Occidente nella berlusconiana testa? Oriente? Terzo Mondo? E in Occidente cosa accade invece? In Occidente invece accade che mica la spazzatura se la tengono in casa, le civilissime ed ecologiche regioni della Toscana, Lombardia, Trentino, Liguria, alcune delle quali vantano primati da agricoltura biologica. No, più e tossica più la spediscono alle discariche abusive in Campania, alimentando l'indotto camorristico, per parlare delle sole otto discariche sequestrate al clan dei casalesi, di 17 milioni di euro. E poi ci si chiede perché questa piaga endemica della camorra non la si riesca proprio a debellare.

I rifiuti di una nota ditta farmaceutica spacciati come idonei alla produzione di legumi, usati per irrigare i terreni. E i fanghi tossici dell'Enel. E le fatture false per fingere legalità.

In Occidente questa gente va a dormire sonni tranquilli, dopo avere compromesso la vita dei suoi simili, protetta dalla sua facciata pulita. Nel Terzo Mondo si produce cibo avvelenato che per le leggi della cieca nemesi chissà poi dove arriva.

Io non ho mai sofferto né di complessi da terrona né da terzomondista. Non ho personalità scisse, non me ne frega niente di mimetizzarmi, non mi sento socialmente marchiata da questo nuovo stereotipo della spazzatura che ha il solo scopo di colpevolizzare le vittime, sono sempre orgogliosa di essere napoletana per le lezioni di civiltà e umanità che ho storicamente e culturalmente ereditato, e se la gente mi chiede cosa penso di questa terribile faccenda gli consiglio di leggersi "Gomorra". E poi hanno pure la faccia tosta di chiedermi se sono informazioni credibili. Sembra di dire banalità, e invece queste verità non si ripeteranno mai abbastanza . 

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lunedì, 30 giugno 2008

Vado al Town Hall, albergo dalle prestazioni lussuose ai limiti dell'inimmaginabile, situato in un palazzo dalle architetture nemmeno troppo appariscenti che affaccia sulla Galleria del Duomo di Milano, per intervistare Richard Ford, di cui è uscito il nuovo libro "Lo stato delle cose" per Feltrinelli. C'è ancora per la terza volta il personaggio Frank Bascombe, agente immobiliare esistenzialista che raccontando la superficie in modo fittissimo riesce ad arrivare al fondo delle cose, appunto.

Ma qui al Town Hall cosa c'è, la superficie o la sostanza? Ogni volta che vengo in questo posto scattano in me istinti anarcoidi. Quale cifra si paga, mi chiedo, per usufruire di questo ligio ascensorista straniero vestito da pinguino, che ti blocca l'entrata e poi devi avere un codice per far salire l'ascensore, che ti immette in un'androne asfittico e in un corridoio claustrofobico. Il lusso non sta tanto nelle architetture o nelle pur bellissime stanze, ma nell'avere un servo pinguinato a disposizione per 24 ore a lustrarti le scarpe, farti la valigia impilando i tuoi vestiti in delicata carta velina, comprarti un'aragosta alle 3 di notte. Le frontiere del lusso contemporaneo si concretano in un ritorno  rivisitato al dominio su altre persone, alle nuove forme capitaliste della servitù.

Tutti vestiti bene, come al solito, in queste occasioni, in un ambiente talmente pulito, asettico e raggelante, talmente superficie, da procurarti un attimo di levigata sospensione, farti pensare per qualche breve minuto che la morte non esiste, che tutto è facile e scorrevole, che nessuno lì fuori soffre, che non ci sono senzatetto costretti a riposare nei dormitori, vittime della tratta, rifugiati in cerca di asilo, traumi, dolori, fatiche immani di vivere, cose che da qui sembrano lontane anni luce.

Ci pensa Richard Ford a riportare un po' di vita in questa morte, parlando del confronto con la morte come qualcosa di naturale che l'Occidente rimuove. Delle colpe dell'Occidente nel portare ovunque la morte. Mostra con ironia e un impalpabile sorriso i suoi spessi calzini verdi poco in sintonia con la stagione torrida. Ha occhi azzurri e sottili, proprio gli occhi che deve avere uno che registra ogni minuto dettaglio di quel che si trova intorno a lui.

Tra le cose più belle che dice quest'uomo di grande intelligenza e capacità di compenetrazione della realtà è che l'obiettivo ultimo degli uomini è essere vicini ad altre persone, ed è difficile. E ancora che compito della letteratura è rinnovare la vita delle persone. Alcuni psicoanalisti consigliano i suoi libri in lettura ai loro pazienti.

Penso ad alcune vicende ad alto tasso di conflittualità che mi sono capitate in questi giorni, a dialoghi e incontri mancati, alla rabbia che fa venir voglia di distruggere tutto, di denigrare le persone, al timore dell'altro che innesca reazioni di aggressione e fuga, a come è facile respingere le persone, difendersi, reagire al rifiuto, alla paura della differenza o alla differenza tout court, rinserrandosi nelle proprie categorie, e mi chiedo, cosa può veramente liberarci dalla diffidenza, dalla paura del'Altro, dalle ferite che da questo ci lasciamo infliggere (perché sono le nostre vulnerabilità a operare) o gli infliggiamo? A volte essere vicini agli altri diviene un'occasione mancata, un solco, che più lo scaviamo e più aumenta le distanze. Perdiamo le inimmaginabili libertà dello sconfinare, ci rinserriamo nella sicurezza del già noto, e forse questa non è anche una forma di morte, nella sua possibilità di rinnovamento mancata? E poi chissà, se si tratta di occasioni perdute o ne impariamo qualcosa.

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giovedì, 05 giugno 2008

La mozzarella di bufala di Aversa per me rappresenta la casa, tutto il lato paterno della mia famiglia, un oggetto affettivo e identitario di peso enorme, l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza, la patria accogliente e avvolgente, costellazioni di memoria puntiforme contrassegnata da un sapore intenso, amarognolo e pieno, pervasivo dei sensi e dei sentimenti. Ho sempre mangiato con reverenza e adorazione, quella mozzarella, un concentrato da cui si spremeva uno dei succhi più sublimi al mondo. Ora non posso pensarci senza associarla alla diossina che ne pervade le fibre. Le bufale dell'agro aversano sono nutrite dai rifiuti che vengono dal Nord, da questa gente pulita, onesta, lavoratrice ed efficiente, che fa la raccolta differenziata, ed efficientemente smaltisce al Sud i suoi veleni, tuonando poi contro l'arretratezza di queste selvagge genti meridionali, contro la loro mentalità da clan, queste persone che si permettono ancora di avere un senso del legame familiare, di contrapporre l'espressività di fronte all'analfabetizzazione dei sentimenti, e quindi cosa importa se muoiono avvelenate. Il loro nitore e lindore, la loro efficienza trasudano morte, puzzano di cadavere e di marcio, rivelano la loro bestialità e decomposizione intrinseca allo stesso modo delle facce di Francis Bacon. La facciata pulita non è che un velo dietro il quale si nasconde spazzatura umana, paesaggi desolati di deserto morale. Che nessuno, nessuno si permetta di puntare il dito contro di noi. Che nessuno si permetta di accollarci il ruolo di ricettacolo dei veleni italiani, di selvaggi, di arretrati.  Sono solo assassini che addossano alla vittima il peso del delitto, ed è questa catena di menzogne che bisogna spezzare, perché gli occhi delle persone vedano i mucchi di spazzatura anche nei luoghi puliti e ben curati, vedano che i rifiuti in realtà sono ovunque e non solo nel luogo fisico in cui vengono stoccati.  Guardo con orrore a queste facciate perbeniste, a questi corpi azzimati e ipercontrollati, e spero che ora la gente, quando pensa a loro, al di là dell'asettica efficienza e dell'opacità delle facciate malamente puntellate , intraveda gli stessi ghigni cadaverici e da macelleria che si intravedono sulle facce di Bacon, il volto della realtà,

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lunedì, 02 giugno 2008

Bando alle tristezze dell'attualità. ché se vi si dovesse badare non si finirebbe più, e torniamo alla vita che scorre comunque e nonostante e costituisce il nostro spazio creativo, di azione e mutamento. Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop di psico-corporeità. Si tratta, in breve, di apprendere da una parte modi di sentire attraverso il corpo, dall'altra, grazie all'uso del corpo, di comprendere meglio il senso della relazione tra sé e gli altri. e di comprendere anche meglio se stessi, attraverso i modi di comunicare e l'energia che spandiamo intorno a noi e mettiamo in circolo.

matisse

Devo confessare che, come credo molti, questo tipo di esperienze mi spaventano, perché si tratta di lasciarsi andare rompendo schemi di comunicazione con gli altri, ma anche di gestione di se stessi, che sono profondamente in-corporati e attraverso i quali noi ci auto-controlliamo e ci difendiamo obbedendo a una serie di regole di ordine sociale, e che con il limitare la nostra capacità di agire inibiscono e depotenziano anche il nostro sentire, il nostro affidarci all'altro. Per me che sono stata a lungo una logo-centrica, la scoperta della comunicazione che passa attraverso il corpo e la comprensione dei sentimenti degli altri, che fa appello all'integrazione di tutti i nostri sensi, il cui insieme da più della loro semplice somma per attingere a un sentire profondo, è stata una rivelazione. Ora capisco gli altri molto di più attraverso piccoli, minuti gesti ed espressioni, e questo risolve problemi e contraddizioni comunicative a livello più formale, mi porta a comprendere gli altri al di là della facciata, delle difese, delle regole.

Un esercizio consisteva nell'essere bendati e nel farsi condurre per mano da un collega nella palestra dell'esercitazione. Poi ancora nel lasciarsi guidare solo attraverso il contatto della punta delle dita, e infine lasciando la mano, solo con dei segnali sonori. Una mano è un mondo, attraverso il quale noi possiamo imparare, in maniera im-mediata, a fidarci dell'altro, a lasciarci andare alla sua guida. Si trattava di una persona che non conoscevo bene, e i cui discorsi avevo comunque avuto modo di apprezzare per la loro profondità nei confronti dei compiti di cura che uno psicoterapeuta si dà verso gli altri. E ho scoperto che il contatto di una mano può, più di mille discorsi, costituire un atto di affidamento iniziale, di conoscenza così profonda del nucleo dell'altro, dopo la quale ogni altra comunicazione sarà più facile. Anche apprendere a guidare l'altro, bendato, ti fa sentire tutta la responsabilità della presa in carico di una persona, il doverla condurrea aiutandola a schivare gli ostacoli, a non farsi male, l'attenzione minuziosa.

Poi è arrivato il momento del gioco libero. Facile a dirsi. Là bisogna lasciare veramente ogni regola e inibizione. Ho visto colleghi del quarto anno lasciarsi andare a giochi di contorsione, avvolgendosi nei teli e facendosi toccare, lasciandosi trasportare per la stanza, ammucchiandosi l'un l'altro e facendosi sfiorare dalle carezze dei foulard di altri, danzando.

Ad un certo punto abbiamo formato un cerchio che ha scatenato una fortissima ondata di energia. Abbiamo cominciato a percorrere la palestra come un'onda d'urto andando velocemente e con una notevole forza d'impatto a toccare gli altri che ne erano rimasti fuori. Da una parte è stupefacente vedere quanta energia il corpo possa tirare fuori, e quanto questo possa essere liberatorio. Ma il controcanto di tutto questo è che in realtà proprio il dispiegamento di tutta questa forza può non tener conto dell'altro come limite. Si tratta di esperienze in cui si scopre, in modo immediato e intuitivo, attraverso la coscienza corporea e non i meri concetti, che l'altro è la nostra risorsa e il nostro limite, e che senza quel muro che quando siamo bendati e avanziamo a tentoni rappresenta l'altro, non avremmo limiti ma nemmeno orientamento, e in definitiva, senza confronto, non saremmo nemmeno in grado di conoscere noi stessi. E' solo attraverso l'altro che in definitiva siamo in grado di sentirci, di cooscerci, e di scoprire e creare nuove parti di noi. Ammesso che questo non ci spaventi troppo e ci faccia preferire il ritrarci in note, torpide e sovente tristi e dolenti province del nostro Io.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Ho scoperto per caso nei miei giri serendipici il sito degli "Amici di Magdi Cristiano Allam". Assolutamente da visitare. Io come i membri  dell'equipaggio di Star Trek qui decido di non prendere posizione riservandomi di leggere attentamente, ma il lettore avveduto potrà fare una sua analisi del tutto autonoma e indipendente del locus amenus. Se poi ci andate e volete commentare qui i pareri sono graditi. Una sola cosa dico, che mi preoccupa. Questo attacco sempre più ricorrente al "relativismo culturale", espressione presa a prestito dall'antropologia, ma che in un certo tipo di discorsi diviene un'espressione del tutto ambigua, certo priva della complessità delle riflessioni che su di essa si sono svolte. Relativismo culturale, è, anche, il tentativo di comprensione degli altrui sistemi culturali, valoriali e simbolici. Comprensione zero quindi?

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categoria:appunti, interbloggando, campanelli dallarme, serendipities
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martedì, 06 maggio 2008

Non trovo metafora più nobile, per descrivere il mio muoversi da Milano per Roma e Napoli, di quella di un PacMan (lo ricordate?) che si muove (tutto sommato con una certa placida voracità nonchalante), per cercare di mangiare quanto più palline possibile gli si presentano sul suo cammino.

Ecco, quelle palline sono i miei incontri. Ce ne sono stati tanti, con vecchi amici di vent'anni ormai, amici pluriennali, vecchie e nuove conoscenze e persone che ho conosciuto tramite la rete.

A Roma con Farouche e Alfred, in una pasticceria del Testaccio, a parlare di tante cose, poesia musica letteratura mostre altri bloggers, che il tempo è scorso tanto velocemente e il tramonto ha mutato rapidamente il paesaggio intorno a noi. A Napoli con Aitan, Zaritmac e Biancanera (io non la conoscevo, lei mi dice "ma tu sei al-diwan" ed essere identificata con il blog mi fa uno stranissimo effetto), prima sotto le fronde di Piazza Bellini e poi alla Pignasecca davanti a quell'alimento identitario principe che è il palo totemico di napoletani stanziali e non, e mi ritrovo a casa nel modo di parlare, in suoni a me cari e oramai rari, in modalità di conoscenza e messa in relazione che sono e saranno sempre per me uno dei modi  più piacevoli di abitare il mondo, e dei quali non finirò mai di sentire nostalgia, se non negli attutimenti di altre abitudini. Infine, un invito per una tazzulella di caffé da Dido, a conoscere la piccola Greta, a parlare di una libertà del mondo dei blog che non vuole essere irregimentata. Io ho portato un angelo di legno a Greta, e Dido mi ha regalato una foto panoramica di Napoli, di quelle a 220 gradi circa, con tutti i tre castelli, presa dal fronte mare.

Tutti questi incontri mi hanno permesso di vagare, spaziare tra il mio io presente, passato e in divenire, di unire vari momenti temporali, racconti, parti della mia personalità, ritrovando un senso di unità ultimamente troppo schiacciata sul presente e su ansie del futuro, in alcuni casi recuperando pezzi di radici poco irrigate nel corso di convulsi mesi di lavoro, in cui ti aggrappi alla tua identità lavorativa come se fosse l'unica possibile, come se le altre parti di te fossero senza colore e senza valore. E perdi un po' il valore del primato della relazione, la possibilità di godere il tempo senza avvertirne lo scorrere. Ho ritrovato suoni che mi sono cari, modalità di comunicazione nelle quali mi trovo come un pesce nell'acqua, ritmi e luoghi che amo e che custodiscono una parte di me altrimenti difficilmente esprimibile. Ho provato il piacere di parlare di nuovo napoletano fuori dalle mura domestiche. Ho ritrovato luoghi che aderiscono al mio corpo e dai quali separarsi è un lacerazione, il trauma di un parto. Ho incollato quel pezzo di me che pencolava un po', e ho di nuovo paura che qui, dove c'è un'altra me stessa, si perda di nuovo. Ma ne ho aggiunti altri, di nuovi, di pezzi. Perché non vi è identità possibile se non nel riflettersi, riscoprendosi,  reinventandosi ogni volta, in quei frammenti di specchio che sono gli altri, in nuove e rinnovate connessioni.

E' questa rete ampia e mobile, che mi consente di sconfinare da un luogo con delle abitudini e delle relazioni che sono mie ma dalle quali ho necessità di uscire, per spezzare l'effetto di naturalezza di giochi sociali.

Mi chiedo se la mia esperienza, il mio stato di dislocazione continua, mi servano almeno in parte a comprendere la fenomenologia di altri soggetti dislocati, contesi da luoghi e identità diversi, tenuti insieme da punti di sutura che uniscono margini di blessures, tagli spesso slabbrati, dolenti, mai del tutto cicatrizzati, cauterizzati, tra lingue, identità, abiti plurali, dissonanti, polifonici, dodecafonici, talvolta silenzi in ricerca di ascolto, urli sommessi, repressi.

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lunedì, 15 ottobre 2007


workshop di gruppoanalisi 1DSC_0343Beauté et vérité, mais ces hautes vagues
Sur ces cris qui s'obstinent. Comment garder
Audible l'espérance dans le tumulte,
Comment faire pour que vieillir, ce soit renaitre,
Pour que la maison s'ouvre, de l'intérieur,
Pour que ce ne soit pas la mort qui pousse
Dehors celui qui demandait un lieu natal?

(Yves Bonnefoy, La maison natale, XII, da Les planches courbes)

Tutta la giornata di sabato e metà di quella di domenica le ho passate nel workshop iniziale di gruppoanalisi. Eravamo in nove,  e con la supervisione di uno psicoanalista, che ogni tanto interveniva ma lasciava parlare più che altro noi, abbiamo riflettuto su cosa ci aspettassimo da quel corso. Per parteciparvi, ognuno di noi doveva avere in corso un'esperienza di psicoanalisi. Alcuni di noi si sono detti contenti di essere stati tanto male da dover ricorrere allo psicoanalista, perché questo ha fatto cambiare il segno delle loro vite.
Eravamo liberi di decidere fino a che punto spingerci, nel dare qualcosa di noi stessi. I momenti di silenzio sono stati lunghi, e l'ansia forte, di dire, di essere giudicati per quello che dicevamo dagli altri. Poi abbiamo cominciato a porre, a turno, dei tasselli. Sul bisogno di dire tutto ciò che passa per la testa per andare a fondo di se stessi, dando agli altri, in modo da contribuire all'esperienza formativa, essendoci dentro. Di dire qualcosa di nostro, non già pensato da un altro, filtrato da troppi concetti, giusto il necessario, dando una forma al nostro sentire, prima con il corpo, poi con la mente. Creando nuove forme per i potenziali che sono dentro di noi, cose che nascono da dentro, al fine di potere poi ascoltare, accogliere gli altri, attivando la parte femminile che è in noi. E questo, può nascere solo dal mettersi in gioco, abbassando le difese che abbiamo nella messa in discussione di noi stessi, mettendoci in sintonia con la nostra parte inconscia. E sapendo accogliere l'incertezza delle situazioni, ascoltare gli altri, nel silenzio, sapere aspettare, tollerando il non dire. Alla fine di questo lungo percorso durato circa dodici ore, abbiamo sentito che qualcosa di noi era cambiato, che avevamo raggiunto profonde consapevolezze aiutandoci l'uno con l'altro a guardarci dentro. E' quella che lo psicoanalista ha definito una nascita, un termine pregno, semmai ci fosse bisogno di dirlo, di significato simbolico. Io, da antropologa quale sono, non potevo non pensare ad una sorta di rito iniziatico, un rito di ingresso in un gruppo, di passaggio ad una nuova condizione, nella quale apprendere un nuovo sapere, nuovi valori e nuove pratiche. Poi, ieri sera, ho letto per la prima volta quei versi di Bonnefoy, e ne ho compreso profondamente il significato. Credo, con queste parole che ho scritto, di poter rendere solo lontanamente il senso di un sentire che non è scritto da nessuna parte, se non nei corpi.
postato da: barbara34 alle ore 08:22 | Permalink | commenti (96)
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