mercoledì, 07 gennaio 2009

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone
uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate,
palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra
umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica
di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo
dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità
internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione
civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e
coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono
trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via
terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono
impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si
abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo
pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il
marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point
non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua
casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma
arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto
divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel
quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei
villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più
di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un
insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani
che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città
di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400
coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide
palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro
considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i
malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono
283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli
ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo
Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle
ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini
nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano
trenta minuti senza elettricità perché muoiano.
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche
quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma
almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi
sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un
morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di
estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo
sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro
centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti
politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete
tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele
abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le
frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla
Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il
dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per
tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai
governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione
delle colonie in Cisgiordania, finitela con l'occupazione militare, rispettate e applicate le
risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai
fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con
l'occupazione. Dio mio in che mondo terribile viviamo.
__._,_.___
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lunedì, 05 gennaio 2009
Questo blog è in lutto per i morti di Gaza. A tutto questo si aggiunge la profondissima tristezza per il razzismo e la mancanza di pietà per questi morti, da parte di coloro che hanno l'improntitudine di considerare mancanza di sensibilità una preghiera per questi morti stessi, come se il Dio nel nome del quale si prega non fosseunico, negando valore persino alla preghiera come atto di pace e compassione.
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categoria:annunci, cronache marziane, funerali, inferni contemporanei, arabità
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sabato, 18 ottobre 2008

E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.

Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.

Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.

Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.

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mercoledì, 30 luglio 2008

Che è un po' pedissequo e pedante e classico e borghese e di massa, lo so. Ma è quello di cui mi è venuto voglia di parlare come forma di congedo estivo, tirando fuori i libri già infilati nella tasca a rete zippata su tre lati del mio fido zainovaligia. Perché poi è l'unico momento in cui posso leggere (quasi) spensieratamente. Che poi si tratta di un wishful thinking, perché mica lo so se riesco a leggermi tutta 'sta roba. E comunque. Sono. In ordine rigorosamente alfabetico: L'étranger, di Albert Camus (Seuil);  Lo stato delle cose di Richard Ford (Feltrinelli); Psicologia e metapsicologia di Sigmund Freud (che ha fatto a cazzotti con I luoghi della cultura di Homi Bhabha, troppo voluminoso per la valigia, lo leggerò al ritorno); Occhi gettati e altri racconti, di Enzo Moscato (Ubulibri) (che ho preferito a Emilio Villa, attissimo alla Padania, perché secondo me Moscato va letto a Napoli e nel caldo cocente e nell'aria tesa e nel vento di mare).  Quasi tutti dei libri non nuovi, come piace a me.

Vado a rimirare il Golfo, a mangiarmi le brioches della Briocherie sul Corso Vittorio Emanuele, con il vento che lambisce la curva della strada nell'azzurro puro, un vero  lusso dell'anima, a scendere e salire scalette verso il centro città e il mare,  sorbirmi cose fresche a Chiaia, possibilmente al bar Riviera, a prendere funicolari (un'esperienza mistica), a mangiare (una modica quantità di) pizze e mozzarelle di bufala, a godermi la Costiera sorrentina, a rivedere le spiagge della mia infanzia a Ischia, a incontrare i vecchi amici dell'Università, che mi stupisce sempre di quanto stiamo diventando grandi (ma non troppo) e di come procedono le nostre storie. A volte non c'è posto migliore di casa propria per andare in vacanza.

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domenica, 15 giugno 2008

Ho iniziato ieri una serie di lezioni per un corso di mediazione culturale. Questo ha rimesso in questione per me tutta una serie di cose che davo per scontate. L'antropologia è sempre stata una disciplina che si è occupata di descrivere l' "Altro" lontano, in forme progressivamente dialogiche e collaborative, che hanno posto rimedio a metodi di descrizione degli altri troppo osservativi e poco partecipati, che avevano l'effetto di relegarli in luoghi e tempi "altri", e spesso di distorcere fortemente le descrizioni di realtà sociali. I destinatari dei testi antropologici sono restati sempre però prevalentemente occidentali o accademici. Cosa succede dunque quando si deve andare a parlare di migrazione con dei migranti? E' sufficiente portare loro i risultati delle ricerche? No, mi sono detta, è giusto costruire gli incontri insieme a loro, in una prospettiva di laboratorio quanto meno direttiva possibile, in cui le persone esercitino appieno la loro capacità critica, mettendo in campo la loro esperienza, e da cui esca nuova conoscenza.

Per impostare i miei incontri mi sono stati di molto aiuto le mie esperienze di blogging e di ricerca sulla comunicazione in rete nell'ambito di "Ibridamenti", le relazioni con tutti i bloggers che ho conosciuto, e la mia esperienza di formazione Gruppo Analitica, che mi hanno portato ad ampliare le mie modalità di collaborazione e di empatia con gli altri. Penso quindi che rimettere in gioco queste esperienze mi possa portare ad un ulteriore arricchimento che spero vada in direzione del beneficio delle persone con cui mi trovo a lavorare.

memoria dell

Ho voluto concentrarmi molto sulle storie di vita delle persone, per comprendere quali potessero essere le loro potenzialità di empatia, di flessibilità, di rielaborazione positiva delle loro esperienze. Ho voluto anche iniziare la mia parte di corso con una seduta di gruppo in cui le persone potessero condividere se volevano le loro esperienze e mettere in gioco i loro sentimenti per riflettere sul loro percorso di migrazione, che è sempre complesso e problematico, e destina le persone ad una vita in-between, a processi di continuo riaggiustamento tra passato, presente e intenzionamenti sul futuro.

Alcuni hanno dato di più di sé, altri di meno, come volevo fossero liberi di essere. Alcune persone hanno parlato, magari per la prima volta in maniera libera e aperta, delle loro tensioni, delle difficoltà di esprimere i loro sentimenti di disagio nell'essere stranieri. Mi trovo a dovermi prendere cura, per qualche tempo, di queste persone, nell'intento che possano raggiungere una condizione di maggiore benessere, equilibrio e creatività, che sono presupposti indispensabili per lavorare bene e per integrare meglio lavoro e dimensione esistenziale, facendo in modo che l'uno e l'altro tendano a sovrapporsi. Sento una grande responsabilità nell'usare nuovi strumenti molto delicati, ma mi sento anche disponibile a utilizzare i mezzi che ho a disposizione a favore di queste persone, non solo perché apprendano nozioni e linguaggi nuovi, ma anche perché vi possa essere per loro la possibilità di un accrescimento complessivo, magari sanando disagi, difficoltà, rabbie e frustrazioni. Sento il piacere, la gratificazione, e l'arricchimento personale che mi derivano da questo prendersi cura, e spero di potere essere all'altezza degli obiettivi che mi sono data, sorprendendomi per prima nello scoprire lati di me che solo in nuovi compiti e nuove relazioni possono uscire allo scoperto o crearsi e prendere forma. Provo stupore, commozione, e compartecipazione per le vite altrui.

Anche da stranieri, vi è un modo di abitare saldamente il mondo, che è quello poetico suggerito da Heidegger. Essere profondamente addentro alle cose, e in questo investimento, essere capaci di comprendere quello che vi è al di fuori di noi, facendo vuoto di ciò che noi siamo per accogliere gli altri. La sensibilità, l'affectus e l'immaginazione possono portarci a sentirci appaesati anche in condizioni di sradicamento, pure se le cose non sono mai facili.

E credo che queste qualità siano molto presenti e favorite dalla comunicazione in rete. Da qui ho appreso veramente tanto, e credo di essere uscita sicuramente trasformata da questo percorso iniziato oramai un anno e mezzo fa.

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martedì, 20 maggio 2008

copertinaProponiamo un nuovo modello di fare ricerca universitaria, basato sulla co-generazione di contenuti in rete, proprio come avviene su Ibridamenti. Sono 25 i co-autori - filosofi, antropologi, semiologi, pedagogisti, blogger, scrittori, psicologi - che affrontano il tema del pensare in rete sia teoricamente che a partire da esperienze concrete [indice]. La  premessa racconta come è nato il progetto Ibridamenti.

Il libro oggi è on-line ad un prezzo contenuto [9 € spedizione inclusa]  per dare modo a tutti di leggerlo e di continuare la ricerca con Ibridamenti. Per ordinarlo...

 
Come ordinarlo?

E' sufficiente inviare un’e-mail all'indirizzo
lisa.pizzighella@mim-c.net indicando nell’oggetto: “Nuovi modelli di ricerca universitaria: PRATICHE COLLABORATIVE IN RETE” e nel messaggio: il nome e il cognome, il numero di copie, l’indirizzo. Verrà immediatamente spedito in modalità contrassegno (pagamento alla consegna). 
Ulteriori particolari qui nel blog allestito appositamente da Mimesis e Ibridamenti.

Fino a ottobre il llibro non sarà disponibile nelle librerie e può  essere acquistato solo in questa modalità di prevendita riservata ai lettori della blogosfera. 

Se volete comprarlo sappiate che non ci guadagnerò nemmeno un euro, al massimo un po' di gratificazione.

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mercoledì, 14 maggio 2008
UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA 
Centro Interateneo per la Ricerca Didattica e la Formazione Avanzata di Venezia
   
 GIORNATA DI STUDIO

PENSARE IN RETE
Blog e ricerca universitaria


UNIVERSITA’ DI VENEZIA – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA
 SALA CONFERENZE (piano terra)
 
Sabato 17 maggio 2008
 
Prima parte. Gli esiti di cinque mesi di sperimentazione in rete. Le ipotesi dei blogger, le domande dei docenti.
Ore 9.00- 13.00
 
Moderatore: Umberto Margiotta, Prorettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore del progetto Ibrid@menti 
 
Maria Maddalena Mapelli (madmapelli) Pensare in rete: l’esperienza di Ibridamenti (Ca’ Foscari-Ve) Roberto Lo Jacono, Ibridamenti: storia di un’idea che connette (Splinder) 
Germano Milite (pensierobondo), L’avatar specchio
Dario Carta (evenevil), dall’on all’off per immagini
Pasquale Esposito (eventounico), L’utente anonimo come riflesso della comunità
Daniele Muriano (maledettamente bene), Il riflesso avatar
Emma Ciceri (emmart), La sfida delle mappe: si riparte da tre 

il punto di...
Tiziano Scarpa, La parol/azione. Da scrittore vi dico che...
Andrea Bruni (contenebbia) La Cineblogger Connection
Paolo Melissi (melpunk), La scrittura che connette

pausa 11. 15- 11.30 


Barbara Caputo (barbara34), Connettere, solo connettere. Un'etnografia delle immagini nei blog(Lab/antr/media Bicocca-Mi)
Simona Marchi (MSsenzafiltro), Pratiche di interconnessione e riflessività, (La Sapienza,Roma)
Stefano Ciulla, I Blog e l’identità connessa (Università di Palermo)
Matteo Benussi, Giacomo Pasqualetto (sadlandscape) e il gruppo di studenti di antropologia (Ca’ Foscari-Ve), Il lavoro sul campo nella blogosfera
 
Seconda parte. I saperi alla prova del virtuale. Innovare i modelli di ricerca universitaria. Le ipotesi dei docenti, le domande dei blogger.
Ore 14,00 – 18,00
 
Moderatore: Mario Galzigna (heteronymos), Università Ca’ Foscari di Venezia (Epistemologia)
Telegrammi per immagini su Scritture in rete (Paolo Melissi, melpunk), Ibridaprosa e Ibridapoesia (Marco Saya), Storied@ibrido (Cristina Finazzi, modalogia) 

Daniele La Barbera, L’identità e il virtuale. (Psichiatria, Università di Palermo)
Luciano Benadusi, I saperi esperti, il virtuale e l ’apprendimento sociale (Sociologia, Univ. La Sapienza, Roma)
Paolo Fabbri, Tracce dell’identità. La narrazione di sé e dell’altro (Semiologia, IUAV, Venezia)
Giacomo Festi, Avanti c’è Post! Un invito semiotico all’analisi dei post (Semiologia, IUAV Venezia)
Gianluca Ligi, Dalla connessione all'ibridamento: aspetti antropologici della relazionalità (Antropologia sociale, Ca' Foscari-Ve)
Pietro Barbetta, Ibridamenti: una “struttura che connette” ? (Psicologia dinamica, Univ. di Bergamo)
 
Conclusioni
 
Umberto Margiotta (Università Ca’ Foscari di Venezia)
 
·         Università Cà Foscari di Venezia - Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione
·         Università Ca’ Foscari di Venezia - Dipartimento di Studi Storici
 
In collaborazione con:
 
-          LISaV (Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia)
-          Dipartimento di Neuroscienze cliniche, Sezione di Psichiatria, Università di Palermo
-          Facoltà di Sociologia, Università La Sapienza, Roma
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categoria:luoghi, annunci, incontri, metabloggando, partenze, connessioni, ibrid@menti, sensiblog, bouffe
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mercoledì, 16 aprile 2008

Pubblicazione a sorpresa. Nel novembre del 2005 avevo svolto a Brescia un seminario all'interno di un ciclo dal titolo "La violenza e i legami d'amore", in cui avevo deciso di lanciare una provocazione. Mostrare cioè come in forme apparentemente estreme, una violenza ai nostri occhi feroce, e una dimostrazione di amore devoto, vi possa essere contenuto il loro opposto. Prendevo ad esempio le mutilazioni genitali femminili e l'agape delle donne, la devozione femminile alla famiglia che per l'antroplogo David Miller costituisce una delle pratiche più sottili e striscianti di prosecuzione della dominazione di genere.

Nell'estate 2006, dopo numerose pressioni e sicuramente bisognosa di riposo e serenità, cedevo alla richiesta di trasporre in testo organico il contenuto del seminario, per un sito. Ho rinunciato a un giro in Tunisia, colta da sensi di ansia non troppo sani, facendo molto offendere una mia amica e rinunciando ad una necessaria e salvifica distrazione. Questo testo l'ho scritto portandomi numerosi libri di consultazione in Tunisia, nella camera di Rodney, finestra chiusa per impedire all'odore penetrante dell'oleificio di saturare l'ambiente, luce, aria condizionata, Enzo Moscato e David Sylvian, salvifiche passeggiate a Cartagine a prendere il sole, mangiare harissa e triglie, e quell'aria magnifica e pura, e il bianco immacolato delle mediterranee ville. Ogni tanto riuscivo anche a dormire senza gli ansiolitici, da cui in quel periodo ero completamente dipendente. Dopo un po', al mio ritorno in Italia, nemmeno quelli sarebbero stati più sufficienti.

Ora, dopo lungo tempo trascorso senza ricevere notizie e la convinzione di aver buttato del tempo, mi arriva un pacco da Brescia, con il libro "La violenza nei legami d'amore. Le relazioni vitali e conflittuali tra uomo e donna, adulto e bambino, cittadino e straniero", Gabrielli edizioni.

Mi leggerò i testi degli altri autori, tra cui Lea Melandri e Khaled Fouad Allam.

Scorro con un senso d'incredulità quel testo che mentre lo scriviamo appare un groviglio di fili elettrici sconnessi e ingarbugliati, una serie di mattoncini tra i quali scorgiamo chiaramente suture e sovrapposizioni. Lo vedo, e mi sembra compiuto, rotondo, liscio, presuntuoso in questa sua apparenza, e soprattutto lieve, senza le tracce della fatica che è costato. Provo un senso di stupore e meraviglia nel vedere, come mi succede ogni volta quando guardo un testo dopo un tempo sufficiente dalla scrittura, come un oggetto dotato di vita e natura indipendente, come se l'avesse scritto un'altra.

E' valso, quel testo, la sua fatica, il sacrificio, l'incrinatura profonda di un'amicizia? Ha detto, dirà qualcosa di interessante a qualcosa o a qualcuno? Non trovo risposte, se non forse che sento profondamente di rispondere al richiamo di produrre conoscenza, pensando che, se ci posso mettere qualcosa di mio, questo faccia parte di un'etica della responsabilità, che indolore non è, e comporta sempre fatica. E mi dico che se la consideriamo, noi che facciamo queste cose, una forma di dono, allora la fatica è un concepibile prezzo da pagare. Anche se a volte forse bisognerebbe concedersi un po' di tregua.

L'articolo si chiudeva così."E' possibile, e se lo è, come fare per districare l'amore dalla violenza"?

E boh, non mi ricordo come sono messa con i diritti d'autore, ma se qualcuno fosse interessato a leggerlo, glielo mando sperando di non trovarmi la finanza che mi bussa a casa.

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categoria:introspezioni, annunci, pubblicazioni, gender, violenza
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lunedì, 14 aprile 2008

Sarei tornata gratificata e soddisfatta da una lezione ad operatori di sportello per immigrati a Varese in cui la qualità della relazione creata con l'aula è stata tale da riuscire a far passare facilmente concetti come quello di Erlebnis diltheyana e ragionamenti sull'influsso della psicoanalisi sul senso di unità e razionalità del soggetto occidentale, in una lezione di antropologia pratica. Nonostante il freddo e l'umido che mi penetra le ossa.

Se non fosse che. Se non fosse che stiamo per tornare una Repubblica delle Banane e da operetta per altri cinque anni, con il tristo spettro di un triste ripiegamento xenofobo il cui effetto sarà di rendere gli immigrati più ricattabili e le loro condizioni di vita più difficili. Che dire, bisognerà resistere e continuare il proprio lavoro come si è sempre fatto e con più tenacia, se possibile. 

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categoria:annunci, funerali, spaesamenti
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domenica, 06 aprile 2008

Sto ultimando l'articolo da consegnare per una prima analisi della mia esperienza etnografica sui blog. E, nel rivedere i post e i commenti su Sensiblog, non posso non sentirmi profondamente coinvolta e commossa nel rileggere le apassionanti e vivaci discussioni che abbiamo condotto, l'affiatamento cognitivo e creativo che si è creato in quei momenti, e il dono che le persone hanno voluto farmi nel comunicarmi pensieri, sensazioni e atti spesso intimi e personali.

Un grazie commosso dunque a Didolasplendida, Pannonica, Chiccama, Erremme, Porucista, Melogrande, Yzma (la lista è in via di completamento man mano che esamino i diversi post), a Mario Galzigna e Maddalena Mapelli per le loro profonde, estese e acute analisi, a Orsa e Lefty che più di tanti altri mi hanno fatto comprendere il senso della trasgressione e al tempo stesso dell'empatia, e a tutti coloro che ho frequentato nel corso di questo anno e mezzo, e continuerò a frequentare. Un forte, coinvolgente e coinvolto abbraccio.

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