Paradossalmente, il libro di questa artista e scrittrice albanese, che ha vissuto in Italia e ora è in Francia, ha scritto in italiano e ora in francese, si apre con una dichiarazione di malessere contro il viaggio in senso fisico: "Con il pensiero ho sempre voluto viaggiare l'intero mondo e al di là, se possibile". In realtà questa repulsione fisica dice la fatica esistenziale dello spostamento da un mondo all'altro, mediata da momenti di vuoto e di angoscia. Dal mondo in cui si vive a quello da cui si proviene. Un viaggio, e uno spaesamento conseguente, che rimangono nel sangue e colorano la pelle del "verde veleno" (il titolo originale del libro) dell'espatriato, il prezzo da pagare per gli slavi che hanno lasciato la patria, "verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici per aria". La perdita dell'ovvio di esistere, la condanna a una riflessività perpetua. Ornela o il suo io narrante va trovare Mirsad, che ha provato anche lui lo spaesamento, e ora è di nuovo a casa, a Sarajevo, ma qualcosa non è a posto in lui, nel senso che non si sente più al suo posto, e alla fine del racconto sparirà, come se non si desse più per lui luogo possibile. Ci va perché "è importante avere vicino qualcuno mentre ti lamenti, quando si è soli si smette di lamentarsi. L'esigenza di un altro orecchio è propria al lamento". La narrazione breve e intensissima di Vorpsi prende la forma di un puzzle incompleto, fa pensare a uno di quegli specchi frammentari di Luciano Fabro in cui il soggetto si riflette "a pezzi", proprio come un puzzle incompleto e di cui tuttavia otteniamo dei dettagli illuminanti. Questa frammentarietà corrisponde alla condizione esistenziale di chi ha voluto sempre andare da un'altra parte, e quando ci è arrivato non gli resta che cambiare destinazione di viaggio, il luogo di origine, in un perpetuo malessere strisciante. "Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. A volte, essere condannati a guardare da fuori suscita una grande melanconia. (...) Tu rimani spettatore".
Straniera a se stessa, Ornela guarda ironicamente e malinconicamente alle manifestazioni di orgoglio albanese, condensate simbolicamente in un raki che sembrerebbe in grado di proteggere da tutti i mali. Il tentativo fantascientifico di un medico di trovare un rimedio all'Aids, per restituire all'Albania quella reputazione che nemmeno Madre Teresa di Calcutta ha potuto garantire. Partecipa ad una cena bosniaca, in cui tra slavi ci si riconosce anche se non si parla la stessa lingua, ma piuttosto quel linguaggio degli affetti che è un esperanto balcanico, un'affettività e una generosità traboccanti, invadenti, imposti agli altri, che non si possono rifiutare. Il linguaggio di una zuppa della nonna che Ornela vuole preparare a Mirsad, "di quelle che ti assicurano che la morte non esiste, che abbiamo sempre dieci anni e i miracoli sono davanti che ci aspettano". Ma lì, è vista come una straniera, una che ha vissuto a Parigi e Milano, una che ce l'ha fatta. E' una trappola alla quale è impossibile sfuggire.
Nel corso della narrazione, Ornela erra nello spazio e nel tempo, tra Sarajevo, l'Italia, la Francia, raccontando sprazzi di sé e di altri migranti. Le due amiche che diventano ladre di fragole allo zucchero, e poi di telefonate, a casa di una benefattrice, convinte di essere arrivate nel paese dei balocchi, finché non vengono messe alla porta. Mirsad mentre perso nella "città grigia" che "lo scuoia" mangia la pizza insapore di Spizzico. Una coppia di migranti in crisi, desiderosa di tornare sconfitta a casa, che si convince a restare nell'assistere all'abbondanza con cui può riuscire a mangiare un semplice cane. Le code senza fine dei migranti alla questura di via Montebello, a Milano, "un mosaico scuro nel cuore della Milano bene", a cui la protagonista è sottratta grazie alla borsa che la qualifica come modella. La vita a Roma, un mondo nuovo che abbaglia Ornela, un amico italiano della cugina, Michele, che simboleggiano tutto il nuovo che la attrae, e al quale sussurra dopo un giro in auto con una canzone di Battisti le uniche parole italiane che sa, "ti amo", con l'effetto di uno stupore indignato, l'allontanamento del suo Rodolfo Valentino e un'esposizione alla rabbia e alla vergogna. E la storia di Majlinda, che ha sposato un olandese, di cui adora quei piedi che a differenza dei suoi non portano i segni deformanti della fatica. E proprio quei suoi piedi la rendono male accetta alla suocera, perché "nessuno vuole avere accanto qualcuno che, pur ridendo di gioia intatta, lascia trasparire dietro di sé un passato di vita dura". Tragicomici equivoci e malintesi e cronici malesseri delle spaesamento.
Sentendosi straniera a Sarajevo, la protagonista decide di partire, confrontandosi con l'ostilità di Milica, parente di Mirsad, agente di viaggio, che ostacola questa decisione vissuta come un tradimento. E quando finalmente la situazione si sblocca va a comprare dei byrek, alimento che contiene l'infanzia e tutta la vita passata, incantesimo che dura fino alla deglutizione dell'ultimo boccone. "Ho la sensazione di avere con me un alimento biblico. Una volta che i miei amici occidentali mangeranno la pasta dai Balcani saranno trafitti da una spritualità che non conoscono".
E questo libro, che è un viaggio del quale ogni frase non va perduta, termina come tutti i viaggi degli spaesati, con un rito di riorno, come altrimenti non potrebbe essere, "lontano da tutto ciò che mi è vicino".
La copertina del libro, Le ali di Chiara, è un'opera della stessa Ornela Vorpsi.