lunedì, 11 maggio 2009
Le trasmissioni di questo blog sono sospese per maternità e investimento della libido in altre sfere, riprenderanno forse che sì forse che no.
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mercoledì, 07 gennaio 2009

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone
uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate,
palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra
umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica
di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo
dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità
internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione
civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e
coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono
trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via
terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono
impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si
abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo
pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il
marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point
non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua
casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma
arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto
divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel
quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei
villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più
di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un
insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani
che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città
di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400
coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide
palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro
considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i
malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono
283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli
ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo
Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle
ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini
nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano
trenta minuti senza elettricità perché muoiano.
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche
quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma
almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi
sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un
morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di
estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo
sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro
centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti
politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete
tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele
abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le
frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla
Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il
dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per
tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai
governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione
delle colonie in Cisgiordania, finitela con l'occupazione militare, rispettate e applicate le
risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai
fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con
l'occupazione. Dio mio in che mondo terribile viviamo.
__._,_.___
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categoria:annunci, violenza, risonanza, inferni contemporanei, arabità
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lunedì, 05 gennaio 2009
Questo blog è in lutto per i morti di Gaza. A tutto questo si aggiunge la profondissima tristezza per il razzismo e la mancanza di pietà per questi morti, da parte di coloro che hanno l'improntitudine di considerare mancanza di sensibilità una preghiera per questi morti stessi, come se il Dio nel nome del quale si prega non fosseunico, negando valore persino alla preghiera come atto di pace e compassione.
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categoria:annunci, cronache marziane, funerali, inferni contemporanei, arabità
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lunedì, 15 dicembre 2008

tipico ristorante indiano di MadridSul sito del "Mattino" ho trovato e faccio circolare questa interessante notizia che mostra che uno dei principali motivi di lite intracondominiale interculturale ruota intorno all'intolleranza del diverso... odore di cibo. Ieri ho orecchiato sulle scale del mio, di condominio, una sostenuta discussione in cui volavano parolacce tra una famiglia italiana e una non (io giurerei di più da parte della prima), ho sentito parlare di sigarette ma era solo uno degli argomenti del contendere e per il resto non ho compreso. Ad ogni modo mi sembra interessante riflettere su quali passioni viscerali e quali stigmi della diversità vengano messi in campo dalla sensiblità ad un odore ignoto, e sul perché si possono scatenare reazioni tanto forti. Mi ricordo di una furibonda lite lo scorso anno su "La poesia e lo spirito" in cui alcune persone si lamentavano indignate delle puzze di fritto dei vicini migranti, divenendo estremamente aggressive quando io parlavo per questo di etnocentrismo. La faccenda si chiuse con una di queste persone che cercava di dimostrare che anche io ce l'avevo con i "diversi" che però in questo caso erano i "nativi".  Non ho risposte in questo caso, apro un interrogativo e mi interesserebbe ricevere i pareri dei passanti. In quanto a me, in genere gli odori di cucina mi sembrano un segno di vita. Mi infastidisce, lo confesso, solo quello della carne cruda poco refrigerata.

ROMA (15 dicembre) - La statistica diffusa dall'associazione nazionale degli amministratori di condominio fa pensare: l'integrazione, in Italia, si ferma in cucina. Un conto è sentire l'odore il ragù e di una frittura di pesce, un'altra quella del pollo al curry o dell'involtino primavera. Perché, stando ai dati dell'associazione, nell'ultimo anno si è registrato una forte crescita di liti tra condomini legate ai forti odori delle spezie utilizzate dagli immigrati.

Le liti di condominio legate alle cosiddette «immissioni» sono le più frequenti: il 27% sul totale annuo delle diatribe condominiali. E di recente, secondo l'Anammi, gli episodi di questo genere si sono moltiplicati. Di quella stessa percentuale, oggi, la «lamentela da cucina etnica», spesso seguita dall'esposto alla pubblica autorità, rappresenta il 16%. «Il caso più classico - spiega Giuseppe Bica, presidente dell'Anammi - è quello del gruppo di condomini che si lamenta per il forte odore di cucina orientale».

L'inquilino responsabile, il più delle volte, si difende così: «Voi avete il soffritto, io il pollo al curry». Non a caso, l'80% delle liti di stampo etnico-culinario coinvolgono immigrati di origine asiatica (India, Bangladesh e Pakistan), seguiti alla distanza dai cinesi (15%) e da stranieri del Maghreb (in particolare Tunisia e Marocco

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martedì, 28 ottobre 2008

Sto facendo un po' di visite a servizi vari incluse in un corso di mediazione di cui mi sto occupando. Orbene, ieri dovevo andare ad una scuola a Paderno Dugnano. Guardando Google Maps il posto mi sembra a portata di piede, per una gittata di massimo un quarto d'ora.

Arrivo a Paderno, chiedo informazioni sulla strada da prendere e mi scoraggiano dicendo che è lontanissimo. Devo prendere un autobus. Solo che il prossimo parte dopo due ore. L'autista del suddetto mi indirizza verso un altro autobus e un treno. Scopro che per l'autobus devo attendere mezz'ora, e che il trenino passa ogni ora.

Decido di andare a piedi anche se mi dicono che ci vuole mezz'ora. Più persone mi dicono di prendere la Comasina. Solo che scopro trattarsi di superstrada, quindi senza marciapiedi. Ripasso mentalmente i nomi di molti santi che conosco e disperata e nera ritorno indietro sotto l'acquerugiola.

Un signore ha pietà di me e mi da un passaggio in macchina. Fortuitamente incontro per strada una maestra della scuola dove doveo andare, e mi conferma che basta prendere una stradetta laterale alla stazione di Paderno, e che ci vuole un quarto d'ora a piedi. In tutto questo giro ho perso circa un'ora.

Per completare la mia relazione sullo strano loco padernese, che sembra essere ad anni luce da Milano, dirò solo che servono un solo tipo di té al bar, e quando gli chiedi quali té abbiano ti guardano come se fossi E.T.

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categoria:cronache marziane, spaesamenti
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sabato, 18 ottobre 2008

E' cominciato, devo dire con grande sollievo, il secondo anno di scuola gruppoanalitica, con il consueto workshop che dura un giorno e mezzo. Se lo scorso anno il primo era stato un'esperienza veramente forte, coinvolgente, bouleversante, quasi totalizzante, perché mettere in campo le proprie esperienze ed emozioni in un gruppo, in uno scambio reciproco con gli altri, per la prima volta lo è, quest'anno è stato come ritornare in un porto sicuro.

Sono andata lì stanca, portandomi dietro il peso di conflittualità maturate nei giorni scorsi, di dilemmi relazionali, della difficoltà di destreggiarsi in situazioni complesse. E andando lì mi sono alleggerita, mentre mi rendevo conto che condividere gli stati d'animo miei e degli altri mi consentiva di affrontare meglio la vita lì fuori. E' una piccola oasi dove ci si può mettere in gioco e in discussione in virtù di un patto di gruppo e con l'analista che ci ha in supervisione, in un'esperienza che ha la duplice natura di formazione e analisi di gruppo. Certo, non bisogna idealizzare, nel senso di non sentirsi migliori degli altri o anche di pensare che lo siano i propri maestri, nel tenere sempre a bada le loro emotività, idiosincrasie, ostilità personali. Ma nello sforzo comune di comprendere forse qualcosa la si ottiene.

Certo che provo difficoltà a tracciare una linea di continuità tra questa esperienza, questo modo di comportarmi e il mondo esterno, dove diviene più difficile impostare dei discorsi così sinceri e trasparenti, e anche potenzialmente dannoso perché, non condividendo lo stesso patto con i nostri interlocutori, rischiamo di incagliarci negli scogli di resistenti rimozioni o di manipolazioni anche inconsce dei nostri vissuti.

Insomma, ci rifletto su, se non altro sperando che questa esperienza formativa mi aiuti a vivere meglio la mia vita (i vissuti negativi sono una sgradevole faccenda che complica la vita) traendo il meglio dai rapporti con gli altri. Almeno la fatica così si allegerisce e ci tiriamo un po' più fuori dalle pastoie delle nostre emozioni, imparando a cascarci meno dentro, a osservarle con più distacco e consapevolezza sulle loro cause.

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venerdì, 12 settembre 2008

Con colpevole e notevole ritardo mi accingo ad apporre qualche piccola nota sul Festivaletteratura di Mantova, non riuscendo a epurarla da sfoghi e considerazioni personali. Su dodici edizioni credo di averne seguite almeno nove. Ho quindi avuto abbondante modo di smaltire il mio entusiasmo. Sotto i tendoni mantovani di solito fa molto caldo, trottare da un intervento all'altro è épuisant e ormai in dodici anni è già passato il meglio della letteratura e saggistica mondiale e quindi ora si è un po' all'esaurimento. Per di più non riesco mai a seguire gli scrittori che mi interessano, perché ho altro da fare, si accavallano con altri eventi, sono in posti a casa di Dio o ad orari impossibili. E anche quando arrivo ad ascoltarli trovo che alla fine dicano cose più interessanti sui libri. Insomma, l'incontro ravvicinato del terzo tipo non mi dice oramai più di tanto, secondo me è meglio sedersi a tavola con lo scrittore di turno a parlare del più e del meno e non di quello che scrive.

Detto questo, del poco che ho seguito ho seguito Edouard Glissant, Serge Latouche, Diego De Silva, Valeria Parrella e, come da post precedente, Alberto Arbasino.

Glissant è l'iniziatore delle teorie sull'ibridazione, che lui continua a cantare in modo poetico, appassionato e ottimista anche ora che ha ottant'anni. Mi sono occupata per molto tempo e in maniera appassionata anche io di ibridazione. Tuttavia quando si scende dal piano culturale, di superficie, ad un piano psichico e interpersonale più profondo, si scopre che l'incontro interculturale è talmente denso di giochi di potere e nodi problematici nei vissuti delle persone che l'ibridazione non è mica un gioco, è un pocesso duro, difficle e sofferto, tranne che in pochi casi felici, soprattutto da parte di chi viene dai paesi ex-colonizzati. Per un occidentale l'ibridazione è sicuramente un processo più positivo, visto che si trova inposizione dominante e che non ha pesanti eredità poscoloniali appresso. Quindi queste elegie dell'ibridazione non le condivido più tanto.

Latouche, non lo trovo molto realistico a parlare di decrescita, nel momento in cui nei paesi cosiddetti in via di sviluppo l'emancipazione passa per un accesso sfrenato al onsumo. Noi qui a fare i GAS e i community gardens e in Cina si comprano il mondo. Poi la tecnologia sembra serva molto da volano economico per inserire le persone in un sistema di scambi globale. Non sarà, mi chiedo, un'altra strisciante forma di nostaliga del buon selvaggio?

Veniamo infine a Parrella e De Silva, che saranno pure miei compatrioti, ma se della Parrella, che scrive bene, non consivido un suo certo radicalismo nella visione del mondo e delle cose che mi sa ancora dei tempi in cui frequentavo l'Università, venti anni fa, e pure lei mi sembra un'ottimista sfrenata del multiculturalismo, quello che non accetto proprio è il discorso di De Silva, che fa riere con le sue gag sul camorrista che fa a pezzi e disperde le vittime, e poi dice che lui "vuole far pensare" usando la leggerezza e richiamandosi a Troisi, che però mi sembra fosse molto più tragico e triste alla fine, e veramente portasse alla riflessione. Che senso ha mescolare i sogni adolescenziali frustrati di un leguleio che ha ancora il mito della compagna di classe bona con storie di camorra? Alla fine mi sembra un supermercato del buonumore dove trovi un po' di tutto per far ridere e compiacere un vasto pubblico. Sarà che a questo punto della carriera De Silva, come ha veramente detto, si prende veramente il gusto di esprimere le cose che avrebbe voluto dire, ma farebbe meglio a continuare a tacere. Così facciamo diventare la camorra una macchietta. E poi questa storia che per capire Napoli bisogna vivere nel "ventre" di Napoli, mentre moto, moltissimo, si volge nelle periferie e su scala globale. Insomma, tutt'altro spessore rispetto al tenore e alle letture e analisi di Saviano, e non per nulla la camorra a De Silva non se lo fila neppure. Dal pubblico è partita una domanda sui limiti dell'ironia, prontamente ignorata e glissata. Se questo è il dibattito consentito dagli incontri faccia a faccia, tanto vale starsene a casa. 

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mercoledì, 03 settembre 2008

Devo intervistare Arbasino e non so assolutamente cosa chiedere a un personaggio con una produzione così imponente e varia. Pensavo di impostare tutto sul coté antropologico di descrizione della realtà. Confido vivamente nei vostri arguti e pregiati suggerimenti, grazie!

***

L'intervista è qui. Grazie a tutti per i loro suggerimenti e in particolare a Flalia e Oyrad!!

postato da: barbara34 alle ore 16:29 | Permalink | commenti (31)
categoria:letteratura, eventi, articoli, incontri, spaesamenti, campanelli dallarme
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martedì, 02 settembre 2008

al-neimiIn attesa del mio ritorno che probabilmente avverrà in forma di piccola cronaca mantovana dal Festivaletteratura, linko qui un articolo che ho pubblicato qualche giorno fa su un romanzo più o meno erotico di una scrittrice araba, arcitradotto solo perché  scritto da una scrittrice araba, che parla di sesso libero ma in modo molto meno interessante di quanto non farebbe Michel Houellebecq, ed è stato, abbastanza prevedibilmente, proibito nei paesi arabi della Penisola, ma ha un minimo di interesse perché cita alcuni autori erotici arabi altrimenti ignoti ai più. A questo punto il consiglio è di passare direttamente alle fonti, la più nota delle quali è Muhammad an-Nafzawi, autore de "Il giardino profumato" (SE).

***

A proposito, il primo settembre è iniziato il Ramadan. Per il dolce, bisogna aspettare la sera....

***

I am on Facebook, now, with my true name (I know, it's not nice to mix up the sacred and the profane...)

postato da: barbara34 alle ore 20:49 | Permalink | commenti (15)
categoria:libri, letteratura, articoli, arabità
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mercoledì, 30 luglio 2008

Che è un po' pedissequo e pedante e classico e borghese e di massa, lo so. Ma è quello di cui mi è venuto voglia di parlare come forma di congedo estivo, tirando fuori i libri già infilati nella tasca a rete zippata su tre lati del mio fido zainovaligia. Perché poi è l'unico momento in cui posso leggere (quasi) spensieratamente. Che poi si tratta di un wishful thinking, perché mica lo so se riesco a leggermi tutta 'sta roba. E comunque. Sono. In ordine rigorosamente alfabetico: L'étranger, di Albert Camus (Seuil);  Lo stato delle cose di Richard Ford (Feltrinelli); Psicologia e metapsicologia di Sigmund Freud (che ha fatto a cazzotti con I luoghi della cultura di Homi Bhabha, troppo voluminoso per la valigia, lo leggerò al ritorno); Occhi gettati e altri racconti, di Enzo Moscato (Ubulibri) (che ho preferito a Emilio Villa, attissimo alla Padania, perché secondo me Moscato va letto a Napoli e nel caldo cocente e nell'aria tesa e nel vento di mare).  Quasi tutti dei libri non nuovi, come piace a me.

Vado a rimirare il Golfo, a mangiarmi le brioches della Briocherie sul Corso Vittorio Emanuele, con il vento che lambisce la curva della strada nell'azzurro puro, un vero  lusso dell'anima, a scendere e salire scalette verso il centro città e il mare,  sorbirmi cose fresche a Chiaia, possibilmente al bar Riviera, a prendere funicolari (un'esperienza mistica), a mangiare (una modica quantità di) pizze e mozzarelle di bufala, a godermi la Costiera sorrentina, a rivedere le spiagge della mia infanzia a Ischia, a incontrare i vecchi amici dell'Università, che mi stupisce sempre di quanto stiamo diventando grandi (ma non troppo) e di come procedono le nostre storie. A volte non c'è posto migliore di casa propria per andare in vacanza.

postato da: barbara34 alle ore 12:53 | Permalink | commenti (27)
categoria:libri, letteratura, luoghi, annunci, riti, ritorni, partenze, acquisizioni libresche
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